La Sardegna è un’isola (e fin qui…), ma nel bicchiere sembra quasi un continente. Da nord a sud cambiano i paesaggi, i suoli, i venti e persino il modo di intendere il vino. Ci sono le vigne della Gallura, battute dal maestrale e affondate nel granito; quelle del Sulcis, che guardano il Mediterraneo; i vigneti della Barbagia, aggrappati alle montagne; le colline intorno a Bosa e Oristano e le campagne del Campidano.
Il vino accompagna da secoli la storia dell’isola, ma è nell’Ottocento che la viticoltura sarda conosce una fase di particolare sviluppo, grazie anche alla crescente attenzione commerciale verso i suoi vini. Poi arrivano le malattie della vite, la fillossera, le guerre e, nel Novecento, una progressiva industrializzazione della produzione. Per molto tempo il vino sardo viene associato soprattutto a pro- duzioni robuste e poco inclini alle sfumature. Negli ultimi decenni, invece, la situazione è cambiata radicalmente: ricerca, selezione dei cloni, riduzione delle rese e recupero dei vigneti più vecchi hanno riportato in primo piano il rapporto tra vitigno e territorio. Se esiste un vino capace più di ogni altro di rappresentare la Sardegna contemporanea, è il Vermentino. E il suo luogo simbolo è la Gallura, nel nord-est dell’isola. Qui il paesaggio è diverso da quello che si incontra nel resto della Sardegna, il granito affiora dal terreno, il vento soffia quasi continuamente e le escursioni termiche contribuiscono a mantenere freschezza e profumi. È il territorio del Vermentino di Gallura, unica denominazione sarda a fregiarsi della Docg. Berchidda, Monti, Tempio Pausania e Oschiri sono alcuni dei centri più rappresentativi di questa viticoltura. Il Vermentino qui può essere fresco, agrumato e immediato, ma anche strutturato e capace di evolvere. È un vino che ha saputo trasformare la tradizionale immagine del bianco estivo in qualcosa di più ambizioso.
Se il Vermentino è il volto marino della Sardegna, il Cannonau (che in Francia chiamano Grenache) è quello delle montagne e dell’interno. La sua presenza è diffusa praticamente in tutta l’isola, ma alcune delle espressioni più interessanti arrivano dalle zone centrali, dalla Barbagia fino all’Ogliastra. È un vitigno generoso, capace di dare vini alcolici, caldi e intensi, con profumi di frutta rossa matura, spezie ed erbe mediterranee. Ma sarebbe riduttivo considerarlo soltanto un vino potente. Le migliori interpretazioni moderne mostrano tannini più raffinati, freschezza e una notevole capacità di invecchiamento.
A sud-ovest, nella zona del Sulcis, il protagonista è invece il Carignano. Qui le vigne possono trovarsi a poca distanza dal mare, in un paesaggio dominato dal vento, dalla sabbia e dalla macchia mediterranea. Il Carignano del Sulcis Doc è uno dei grandi rossi dell’isola, intenso, scuro, mediterraneo, ma capace di assumere caratteristiche molto diverse a seconda dei terreni e delle tecniche di vinificazione.
C’è poi un vino capace di raccontare la Sardegna in modo quasi enigmatico, ed è la Vernaccia di Oristano Doc. È un vino completamente diverso dai modelli più conosciuti dell’isola e rappresenta una tradizione che rischiava seriamente di scomparire. La Vernaccia nasce nella zona di Oristano e viene sottoposta a un particolare processo di affinamento che può sviluppare un velo di lieviti sulla superficie del vino. Il risultato è complesso e particolare, con note di frutta secca, mandorla, spezie e sensazioni ossidative. È un vino da meditazione, ma anche un pezzo di memoria enologica. Poco più a nord, lungo la costa occidentale, si trova un’altra piccola enclave di grande interesse, quella della Malvasia di Bosa. Qui il vino nasce in un territorio collinare vicino al mare e conserva una dimensione quasi artigianale. Il patrimonio sardo, però, non finisce qui. Tra i bianchi meritano attenzione il Nuragus, diffuso soprattutto nel sud dell’isola e tradizionalmente legato alla produzione di vini freschi e semplici; il Semidano, più raro e delicato; il Nasco, dal profilo aromatico e adatto anche a versioni dolci; il Moscato, presente in diverse aree; e il Torbato, particolarmente legato alla zona di Alghero.
Tra i rossi, oltre a Cannonau e Carignano, ci sono il Monica, il Bovale Sardo, il Cagnulari e il Nieddera. Il Mandrolisai, nella Sardegna centrale, rappresenta poi una denominazione particolarmente interessante perché nasce dall’incontro di Bovale Sardo, Cannonau e Monica, in un territorio interno dove la viticoltura conserva ancora una forte impronta tradizionale. Non è un caso che la Sardegna abbia avviato anche programmi di ricerca e riconoscimento di varietà autoctone minori. La biodiversità viticola dell’isola è infatti considerata uno dei suoi patrimoni più importanti.
Nel sud, attorno a Cagliari e nel Campidano, il panorama è particolarmente vario. Accanto al Monica e al Nuragus compaiono denominazioni storiche come Nasco di Cagliari, Girò di Cagliari e Moscato di Cagliari. Sono vini che testimoniano una tradizione antica e, in alcuni casi, un patrimonio quasi di nicchia. A nord-ovest, invece, il territorio di Alghero rappresenta una realtà particolare, influenzata dalla storia catalana della città. Qui convivono vitigni autoctoni e internazionali. È una delle caratteristiche della Sardegna contemporanea, non cercare una sola identità, ma metterne insieme tante differenti. La cucina dell’isola offre naturalmente un repertorio ideale per questi vini. Il Vermentino di Gallura trova uno dei suoi abbinamenti più classici nei piatti di mare: bottarga, fregola con le arselle, pesce alla griglia e crostacei. Ma la sua freschezza può accompagnare anche formaggi giovanie antipasti della tradizione. Il Cannonau chiede invece piatti più robusti, porceddu, agnello arrosto, pecora in umido, salumi e formaggi stagionati. Il Carignano del Sulcis segue la stessa strada, con una particolare affinità per le carni alla brace e per i piatti saporiti della cucina del sud. Con la Vernaccia di Oristano il discorso cambia, è un vino che può accompagnare bottarga e formaggi stagionati, ma che dà il meglio anche da solo, lentamente, come vino da conversazione. La Malvasia di Bosa, soprattutto nelle versioni dolci, trova invece un naturale compagno nei dolci tradizionali, dalla seadas alla pasticceria secca. È proprio a tavola che la Sardegna del vino ritrova il suo senso più profondo. Perché questi vini non sembrano nati per accompagnare una cucina costruita in laboratorio, sono figli della stessa terra, della stessa cultura. Oggi la Sardegna non ha bisogno di inventarsi una tradizione. Ne possiede una fin troppo ricca. La sfida è piuttosto riuscire a valorizzarla senza trasformarla in folklore.
Le vigne che la fillossera non riuscì a uccidere
C’è un piccolo miracolo enologico nascosto tra le sabbie del Sulcis: il Carignano a piede franco. “A piede franco” significa che la vite cresce direttamente sulle proprie radici, senza essere innestata su un portainnesto americano. Una rarità, perché alla fine dell’800 la fillossera, l’insetto arrivato dall’America, distrusse gran parte delle vigne del continente. Nel Sulcis, però, alcune piante riuscirono a salvarsi grazie alla particolare composizione sabbiosa dei terreni, che rende molto difficile la sopravvivenza del parassita. Sono così rimasti vecchi ceppi, capaci di produrre uve concentrate e vini di grande profondità. Vigne spesso basse, modellate dal vento e dalla salsedine, che sembrano quasi parte del paesaggio. Oggi questi vecchi Carignani sono considerati un patrimonio prezioso, non soltanto perché producono grandi vini, ma perché rappresen- tano una rara testimonianza vivente della viticoltura precedente alla fillossera.

VERMENTINO DI GALLURA “KRAMORI” SUPERIORE 2022 DI SA RAJA E INSALATA GRECA
Il vino che ho scelto per questa degustazione – il Vermentino di Gallura Superiore “Kramori” di Sa Raja Docg 2022 – sarebbe perfetto con qualsiasi piatto di pesce, ma le cose troppo facili non vanno bene ed eccolo dunque abbinato a una fresca insalata greca, con cetrioli, feta, olive nere, pomodori e un olio evo istriano molto forte. Il Kramori ha una limpida impronta salina e mediterranea e un buon calore alcolico. Il naso, marino e agrumato, va a nozze con il carattere mediterraneo della pietanza. La complessità olfattiva si traduce in un palato vivace e fresco. Beva che difficilmente stanca.



