lunedì
22 Giugno 2026
vini d'italia

Basilicata, regno dell’Aglianico nato dal vulcano

La viticoltura lucana ha origini antichissime e produce uno dei rossi più affascinanti della penisola, che negli ultimi decenni ha conquistato il mondo

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Quando si parla di grandi regioni vinicole italiane, la Basilicata rischia spesso di rimanere in secondo piano rispetto a territori più celebri come Toscana, Piemonte o Veneto. Eppure, in questa terra aspra e poco popolata dell’Italia meridionale nasce uno dei vini rossi più affascinanti della penisola, l’Aglianico del Vulture. Una denominazione che negli ultimi decenni ha conquistato il rispetto di critici e appassionati di tutto il mondo, diventando il simbolo di una viticoltura capace di trasformare condizioni ambientali difficili in una straordinaria ricchezza espressiva. La viticoltura lucana ha origini antichissime. Furono probabilmente i coloni greci, giunti sulle coste dell’Italia meridionale tra l’VIII e il VII secolo a.C., a introdurre i primi vi- tigni che avrebbero poi dato origine all’Aglianico. Ancora oggi il nome del vitigno viene spesso fatto risalire, non senza qualche discussione tra gli studiosi, al termine “ellenico”, a testimonianza di un legame profondo con la Magna Grecia. Il cuore enologico della Basilicata è senza dubbio, dunque, il Vulture, area collinare dominata dall’antico Monte Vulture, vulcano spento che si innalza nella parte settentrionale della regione. Qui si concentra gran parte della produzione vitivinicola lucana e qui nasce l’Aglianico del Vulture Docg, la denominazione più pre- stigiosa della regione. Il territorio del Vulture rappresenta un caso quasi unico nel panorama viticolo italiano. I terreni derivano infatti da antiche attività vulcaniche e sono ricchi di minerali, ceneri e materiali lavici che contribuiscono a conferire ai vini una marcata personalità. Le vigne si trovano spesso tra i 400 e i 700 metri di altitudine, beneficiando di forti escursioni termiche tra giorno e notte che favoriscono una maturazione lenta e completa delle uve.
L’Aglianico del Vulture è considerato da molti uno dei più grandi vini rossi del Sud Italia. Si tratta di un vino strutturato, dotato di tannini importanti e di una notevole capacità di invecchiamento. Da giovane può apparire austero, quasi severo, ma con il passare degli anni sviluppa una complessità aromatica che richiama amarena, prugna, liquirizia, pepe nero, tabacco, cacao e note balsamiche. Per queste caratteristiche viene spesso accostato ai grandi rossi da invecchiamento del Centro-Nord, tanto da essere soprannominato da alcuni appassionati il “Barolo del Sud”. Un paragone forse riduttivo, perché l’Aglianico del Vulture possiede una personalità autonoma e riconoscibile, legata indissolubilmente al suo territorio vulcanico. Negli ultimi anni il panorama vitivinicolo lucano si è ulteriormente arricchito grazie alla valorizzazione delle diverse espressioni dell’Aglianico. Alcuni produttori puntano su versioni più tradizionali e longeve, altri cercano interpretazioni più immediate e fruttate. Parallelamente si è sviluppata anche la produzione dell’Aglianico del Vulture Superiore Docg, che prevede requisiti più severi e tempi di affinamento più lunghi.
Ma accanto al Vulture esistono altre aree viticole di interesse, sebbene meno note. Nella zona della Val d’Agri e nelle colline del Materano si producono vini appartenenti alle denominazioni Terre dell’Alta Val d’Agri Doc e Matera Doc. Qui trovano spazio sia vitigni autoctoni sia varietà internazionali, in un contesto produttivo ancora relativamente piccolo ma dinamico. Qui si produce ad esempio il Matera Greco, vino bianco dai delicati profumi di fiori e pesca bianca e spiccata sapidità, piacevole con spaghetti con le cozze. Una delle curiosità più affascinanti della Basilicata del vino riguarda le cantine scavate nel tufo vulcanico. A Barile, uno dei comuni storici del Vulture, esistono decine di antiche grotte utilizzate da secoli per l’affinamento del vino. Alcune di esse furono realizzate dalle comunità arbëreshë, popolazioni di origine albanese stabilitesi nell’area tra il XV e il XVI secolo. Grazie alla temperatura costante e all’umidità naturale, queste cavità rappresentano ancora oggi luoghi ideali perla conservazione delle bottiglie. Un’altra peculiarità del ter- ritorio è rappresentata dai Laghi di Monticchio, due specchi d’acqua formatisi all’interno di antichi crateri vulcanici. Il paesaggio che circonda queste aree è uno dei più suggestivi del Sud Italia e testimonia il legame profondo tra il vulcano e la viticoltura locale. E non solo con vini rossi ma anche con un interessante 10% di uve a bacca bianca. Se moscato, malvasia bianca di Basilicata e trebbiano toscano danno spumanti dolci e vini secchi fermi, müller thurgau e traminer aromatico sono alla base di un esperimento vitivinicolo di successo. Come in tutte le grandi regioni del vino, anche in Basilicata il rapporto tra bottiglia e cucina è fondamentale. L’Aglianico del Vulture trova il suo abbinamento naturale con i piatti più robusti della tradizione lucana. Le celebri pappardelle o lagane con il ragù di cinghiale esaltano la struttura e la complessità del vino, mentre l’agnello al forno con patate, preparazione simbolo della cucina regionale, dialoga perfettamente con i suoi tannini e le sue note speziate. Ottimo anche l’incontro con le carni alla brace, particolarmente diffuse nelle aree interne della regione. Un classico è l’abbinamento con la salsiccia lucanica, caratterizzata da aromi intensi e spesso arricchita da peperone crusco, uno degli ingredienti più rappresentativi della gastronomia locale. Proprio il peperone crusco merita una menzione speciale. Questo prodotto iconico della Basilicata, croccante e aromatico, compare in numerose ricette tradizionali e può accompagnare salumi, primi piatti e secondi di carne. In questi casi un Aglianico giovane, più fresco e meno austero, riesce ad accompagnarne efficacemente la sapidità. Per i vini bianchi prodotti nelle denominazioni regionali, spesso caratterizzati da buona freschezza e profili aromatici delicati, gli abbinamenti ideali sono invece con formaggi freschi, verdure e preparazioni a base di pesce proveniente dalle coste ioniche. La Basilicata del vino è una realtà relativamente piccola in termini quantitativi, ma straordinariamente ricca sotto il profilo qualitativo. In un panorama enologico sempre più globalizzato, continua a distinguersi per autenticità, forte identità territoriale e capacità di raccontare una storia unica, quella di un grande vino nato all’ombra di un vulcano spento e diventato uno dei simboli più affascinanti dell’enologia italiana.

Aglia

AGLIANICO “PIAN DEL MORO” MUSTO CARMELITANO
Ho assaggiato questo vino nell’annata 2020, insieme a un formaggio caprino poco stagionato e taralli. Certamente una bottiglia poco estiva, ma si può abbassarne la temperatura fino a 14, 13 gradi senza grossi problemi. Il colore è un rubino praticamente impenetrabile, il naso, coerentemente, parla di frutta rossa matura, spezie dolci, cacao e sfumature balsamiche. Al palato, tanta roba, con morbidezza setosa, grande equilibrio ma anche freschezza. I tannini sono perfettamente integrati e si accompagnano a una persistenza su note balsamiche.

Il simbolo della regione è protagonista anche di un film del 2017
La Basilicata enoica è finita anche in un film del 2017 di Domenico Fortunato, Wine to love, che nel cast annovera anche Ornella Muti. La trama ci porta alle pendici del Monte Vulture, dove si estende l’immenso vigneto dell’azienda vinicola Favuzzi. Il solitario e burbero Enotrio Favuzzi produce un pregiato vino rosso, l’Aglianico (ovviamente), che ha ottenuto riconoscimenti internazionali, suscitando l’interesse di un’imprenditrice americana, Laura Rush, decisa a unificare sotto il marchio della sua enoteca di lusso di New York le più prestigiose aziende vitivinicole italiane. Ora vuole mettere le mani anche sul vino di Enotrio e, per convincerlo a vendere, manda in Italia il suo uomo più fidato, Nico. Non vi spoilero il resto…

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