domenica
17 Maggio 2026

Scene troppo forti: rimossi i quadri anti Putin della pittrice ucraina: «Vergogna»

Tolte dopo due giorni le opere di Valeriya Pershyna al circolo Portoncino. «Vogliamo stare tranquilli»

Al centro sociale Il Portoncino di Ravenna sono stati censurati i quadri di una pittrice ucraina perché considerati troppo “urticanti”. Si tratta di una serie di opere che denunciano l’aggressione russa in Ucraina, tra cui anche una in cui Putin viene ucciso da una donna con una coltellata.

Valeria PerscinaL’autrice si chiama Valeriya Pershyna, da anni residente a Ravenna. Sui social ha espresso la propria rabbia: «Vergognoso! I miei quadri che parlano dell’aggressione putiniana sono stati tolti dal muro. Hanno detto che non vogliono la politica e vogliono stare tranquilli! Altre armi non ne ho, continuerò a “combattere” con la mia arte».

I quadri sono rimasti nel centro sociale appena due giorni. Dall’associazione “Ravenna incontra l’arte”, che aveva organizzato la mostra, fanno sapere sul Carlino Ravenna in edicola oggi (7 ottobre) che i temi trattati avrebbero urtato la sensibilità dei soci del circolo: «L’associazione non vuole conflitti al suo interno».

«Quali quadri credevano che dipingessi? – replica la stessa Valeriya Pershyna, intervistata dal Carlino – Cosa pensano che abbia davanti agli occhi un’ucraina in questo momento? L’arte deve mordere, graffiare. Chi dipinge non lo fa perché gli altri si sentano rassicurati. Io non comincerò a ritrarre fiori solo perché il racconto della guerra urta la sensibilità di qualcuno».

Torna la pedalata per famiglie di Ravenna, da piazza del Popolo al museo Classis

Bimbinbici

Torna domenica 8 ottobre Bimbimbici, l’evento promosso dal Ceas (Centro di Educazione alla Sostenibilità) del comune di Ravenna e realizzato grazie alla collaborazione con Fiab (Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta), che vuole promuovere tra i più piccoli una mobilità attiva e sostenibile e diffondere l‛uso della bici tra i giovani e giovanissimi.

Il ritrovo è previsto alle 9 in piazza del Popolo, con partenza alle 9.30 in direzione del museo Classis, lungo un percorso in sicurezza di circa 12 km, alla portata di tutti; all’arrivo sarà possibile partecipare ad attività laboratoriali per i più piccoli, a un piccolo ristoro (in collaborazione con gli agricoltori del mercato contadino coperto di Campagna Amica, a Ravenna) e alla presentazione del Museo.

L’iniziativa era stata cancellata lo scorso maggio a causa dell’alluvione e ora viene riproposta.

È previsto un numero massimo di 120 partecipanti; è obbligatoria la preiscrizione al link https://www.eventbrite.it/o/fiab-ravenna-30715721442

Lo strano caso di Lido Adriano, dove i bagni sono “privati”. «Così si può investire»

Considerando anche quelli di Lido di Savio e di Dante sono una cinquantina di stabilimenti della costa ravennate che non sono su terreno demaniale: la concessione riguarda solo la parte degli ombrelloni

Mare Lido Riviera

La direttiva Bolkestein – di cui si sta nuovamente parlando in queste ore dopo la mappatura del Governo – non fa paura a Lido Adriano e Lido di Savio. Da quelle parti i terreni su cui poggiano gli stabilimenti non sono del demanio pubblico in concessione temporanea, ma sono di proprietà dei bagnini. Questo significa niente canone da corrispondere allo Stato, ma soprattutto significa niente scadenze delle concessioni con la messa all’asta e il rischio di non avere più l’area.

È la situazione in cui si trovano circa 45-50 bagni sui duecento dei 37 km di costa del comune di Ravenna: tutti quelli di Lido Adriano che sono una ventina, altrettanti nella parte nord di Lido di Savio e un paio a Lido di Dante.

Lo scenario attuale è la conseguenza di quanto avvenne circa sessant’anni fa. Il conte Augusto Chiericati, imprenditore vicentino classe 1900, acquistò insieme ad altri soci dalla Federazione delle Cooperative circa 320 ettari sul litorale a sud di Ravenna, partendo dalla battigia e risalendo verso monte, per far sorgere una località turistica. Dopo l’acquisizione del 1964, Chiericati avviò un’opera di urbanizzazione che creò da zero la località di Lido Adriano. A quel punto il conte cominciò a rivendere i lotti di terreno fronte mare per la costruzione dei bagni.

Riccardo Santoni della cooperativa Spiagge, che riunisce i bagnini, sottolinea la maggiore facilità di investimento per chi si trova in queste condizioni: «Valgono comunque le normative edilizie e infatti in questi anni non ci sono stati interventi eccessivi. Però la certezza di essere proprietari rappresenta una garanzia importante per investire e per ottenere finanziamenti. E non è mancato un certo dinamismo imprenditoriale nelle compravendite delle aziende o negli affitti di rami di azienda». Per i bagnanti non ci sono restrizioni: «Va comunque garantito l’accesso al mare, non cambia nulla su questo aspetto».

Per alcuni la proprietà si ferma all’area che comprende le strutture del bagno e le sue pertinenze. Il primo tratto di spiaggia a partire dal bagnasciuga è di proprietà demaniale: «Alcuni sono tenuti a corrispondere solo il canone annuale minimo che è di 3.300 euro. Da altre parti sulle nostre coste ravennati si arriva anche a 15mila euro per chi deve pagare tutto il lotto. E poi ci sono i costi per fornire il servizio salvamento che si aggirano sui sei-settemila all’anno e vanno pagati da tutti».

Corallo6
Il taglio del nastro al nuovo bagno Corallo di Lido Adriano alla presenza degli assessori Federica Del Conte e Giacomo Costantini

Un esempio di investimento favorito dalla proprietà del terreno è quello del bagno Corallo a Lido Adriano. Il 29 luglio scorso l’inaugurazione dell’intervento radicale di rinnovamento: la vecchia struttura originaria degli anni ’80 è stata rasa al suolo e reinnalzata su fondamenta prefabbricate di cemento appoggiate sul terreno sabbioso che, come dispongono le regole urbanistiche per le ricostruzioni sull’arenile, sono sopraelevate di un metro dalla quota media del piano di campagna, per evitare le ingressioni marine. Paolo Paganelli è alla guida della gestione familiare dello stabilimento acquisito nel 2000. «Abbiamo un lotto di cinquemila metri quadrati su cui poggia il bagno. Poi c’è la parte degli ombrelloni che invece è di demanio e richiede il canone. L’investimento per la ricostruzione non sarebbe stato possibile se fossimo in regime di concessione con l’incertezza sul futuro».

Rosetti Marino cresce con la transizione energetica: «Rigassificatore fondamentale»

L’Ad Guerra: «Oggi siamo mille tra Italia ed estero, più di quanti eravamo prima della pandemia». In 350 nella sede ravennate. «Gli ambientalisti-fondamentalisti hanno fatto danni»

Foto OG 2022 Marzo
Oscar Guerra è il secondo da destra

Dopo le difficoltà degli anni della pandemia, il colosso ravennate del comparto Oil&Gas Rosetti Marino nel primo semestre del 2023 migliora decisamente il proprio risultato economico, chiudendo il bilancio consolidato al 30 giugno con un utile netto di oltre 6 milioni di euro, 5 in più rispetto a quello dello stesso periodo di un anno fa.

Ne abbiamo parlato con l’Amministratore delegato Oscar Guerra.

Guardando il vostro bilancio colpisce il fatto che per la prima volta gli ordini per “rinnovabili e carbon neutrality” siano pari al 60 percento del totale. Che tipo di investimenti si sono resi necessari in questi anni per ottenere questi risultati?
«In risorse umane, per colmare le debolezze in alcune competenze tecnico-ingegneristiche, ma soprattutto di carattere commerciale, perché è stato necessario qualificarci con clienti con i quali non avevamo ancora lavorato e perché abbiamo dovuto preparare offerte pluriennali e costose. Non ci è invece servito alcun investimento di carattere infrastrutturale, poiché gli asset di cui eravamo già dotati per poter operare nell’Oil&Gas erano indispensabili anche in alcuni di questi mercati. Oggi il valore del nostro portafoglio ordini nelle rinnovabili e carbon neutrality testimonia la nostra presenza nella transizione energetica, ma se non avessimo fatto la scelta strategica di entrare in questo business già da anni oggi i nostri volumi di lavoro sarebbero molto più ridotti».

Quali sono gli ultimi progetti in questo ambito?
«Attualmente siamo impegnati nelle realizzazioni di un impianto per la produzione di gomme “de-carbonizzate” in Italia (allo stabilimento di Ravenna della Versalis, ndr), di una piattaforma per la generazione di idrogeno verde per l’Olanda e di due strutture di fondazione per sottostazioni elettriche per l’eolico offshore tedesco».

A Ravenna, tra l’altro, già nei primi mesi del 2024 è previsto l’avvio del progetto di Eni e Snam, per la cattura e lo stoccaggio della Co2, come siete coinvolti? Cosa ne pensa dei suoi effetti sul lungo periodo?
«L’unico impegno che abbiamo avuto sul progetto finora si è concluso con la consegna degli studi di ingegneria e della stima del budget di investimento per un Consorzio di imprese che generano emissioni “hard to abate” a Ravenna e Ferrara. Le potenzialità future per Rosetti Marino, tuttavia, sono diverse e significative. Oltre alla fornitura di impianti per la cattura della Co2, intendiamo partecipare alle gare per la realizzazione dell’Hub per la raccolta e il trattamento dell’anidride carbonica a terra nonché a quelle di costruzione o modifica delle piattaforme per la sua “iniezione” nei giacimenti esausti in mare. Per Ravenna credo che sarà l’opportunità per creare molti posti di lavoro di qualità anche nel medio lungo termine e per confermare la centralità della nostra città in questi nuovi settori della transizione energetica. Aspettando che succeda qualcosa a Ravenna, noi stiamo già facendo offerte per progetti analoghi nel Regno Unito e in Olanda».   

Ci fa il punto sui lavori per il rigassificatore di Punta Marina?
«Sono partiti a pieno ritmo da alcuni mesi. Per poterlo fare, e per riuscire a garantire la consegna della nostra parte del lavoro entro il prossimo inverno, abbiamo dovuto acquistare la gran parte dei materiali prima ancora che l’ordine ci venisse formalizzato da Snam, con la quale però abbiamo sempre avuto un dialogo molto aperto e costruttivo. Nelle nostre attività stiamo rispettando pienamente il cronoprogramma, ma avevamo pianificato i lavori con estremo dettaglio, vista l’importanza di questa opera per il nostro Paese, coinvolgendo anche altre officine del Ravennate e lungo l’Adriatico. Da giugno e fino alla fine del prossimo anno, solo sulla parte del progetto che compete a Rosetti Marino, lavorano e lavoreranno in media circa 900 persone».

Cosa ne pensa delle proteste ambientaliste?
«Faccio veramente fatica a capirle. La scarsa conoscenza della materia, che purtroppo è assai diffusa in Italia, ha permesso che la narrazione di facili messaggi ideologici e demagogici prevalesse rispetto a una visione scientifica, documentata e pragmatica dei problemi. Siamo tutti consapevoli e preoccupati dei danni portati dai cambiamenti climatici, ma questi vanno combattuti con armi che possano portare a benefici reali e senza penalizzare in maniera eccessiva le popolazioni del pianeta. Il rigassificatore è un’opera fondamentale per garantire agli italiani di scaldarsi, cucinare e produrre energia elettrica. L’alternativa è quella di dover riaprire le centrali a carbone, come hanno già fatto in Germania e Regno Unito, raddoppiando così le emissioni di Co2 . Non mi sembra una cosa molto saggia. Analogamente, la cattura e il sequestro della Co2, non si giustifica solo perché è la soluzione per salvare il lavoro delle oltre 700.000 persone che in Italia sono occupate nelle industrie “hard to abate” (basti pensare ai distretti della Ceramica in Emilia-Romagna), ma anche perché la quantità di gas serra già presenti in atmosfera deve essere ridotta».

Il rigassificatore, però, non arriva tardi, rispetto a un’urgenza dello scorso inverno?
«In realtà io credo che l’inverno peggiore sarà quello in arrivo, non essendoci ancora valide alternative al gas russo, mentre il rigassificatore diventerà fondamentale in quello 2024/2025. D’altronde, con infrastrutture di proprietà è evidente che l’Italia sarà meno in balia dei prezzi del mercato».

Quali sono le prospettive per le estrazioni, invece?
«Questo è davvero un argomento sul quale i fondamentalisti ambientali hanno provocato un danno enorme all’ambiente, al Paese e ai cittadini. Con le loro argomentazioni puramente ideologiche sono riusciti a fare breccia sui politici e a spingerli a bloccare gli investimenti che “soggetti terzi” – e non lo Stato – erano pronti a fare nella produzione nazionale di gas metano. Il risultato è paradossale: i cittadini italiani sono costretti a pagare molto di più il gas, il settore ha perso migliaia di posti di lavoro (molti dei quali a Ravenna) e, ciliegina sulla torta, il gas che importiamo dall’estero produce almeno il 30 percento di emissioni di Co2 in più! Credo che qualunque “vero ambientalista” lo definirebbe un autogol clamoroso. Il paradosso ulteriore, poi, è che proprio Ravenna, la città che ha perso tutti quei posti di lavoro ed ha sotto il suo mare i giacimenti inesplorati, sia stata l’unica in Italia disposta ad accogliere di buon grado un rigassificatore. Certamente una scelta giusta verso il Paese, ma essenziale anche per quelle 900 persone che oggi qui stanno lavorando grazie a quel rigassificatore».

Anche Rosetti Marino ha difficoltà a reperire personale?
«Insieme alla difficoltà del reperimento dei materiali è il problema principale di questi mesi. A Ravenna siamo molto noti e riusciamo ad aggirare la questione, ma scontiamo anche il problema del crollo dell’indotto del mondo offshore, che ha disperso molte professionalità».

Come avete superato gli anni della crisi, dal punto di vista occupazionale? Siete di meno?
«Le difficoltà causate principalmente dalla pandemia avevano portato a risultati negativi negli esercizi 2020 e 2021, a cui si erano aggiunte quelle legate al conflitto russo-ucraino, ma già nel 2022 avevamo dimostrato la nostra capacità di reagire e con il risultato del primo semestre 2023 abbiamo consolidato e decisamente migliorato il risultato economico e la nostra posizione finanziaria. Il livello occupazionale è ovviamente di conseguenza in crescita, abbiamo effettuato numerose nuove assunzioni negli ultimi mesi ed abbiamo ancora diverse posizioni aperte, oggi siamo oltre mille tra Italia ed estero, più di quanti eravamo prima del Covid (sono circa 350 i dipendenti nella sede ravennate, dove con l’indotto si arriva a un giro di 1.300 circa lavoratori per i progetti di Rosetti Marino, ndr)».

In quale percentuale il vostro fatturato “arriva” dall’estero?
«L’attuale portafoglio ordini ammonta a oltre 800 milioni di euro e di questo circa il 15 percento è destinato all’Italia, ma è una novità assoluta, perché negli ultimi anni quasi tutta la nostra produzione era destinata all’estero. Per Rosetti Marino l’Italia è tornata alla ribalta grazie a due progetti tutti “ravennati”: quello dell’impianto per le gomme “green” del petrolchimico e quello del rigassificatore, appunto».

Il gran gol del ventenne Antonio Fiori, da Piangipane – VIDEO

Sono diversi i ragazzi ravennati che si stanno mettendo in mostra tra i professionisti del pallone

Antonio Fiori
Fiori dopo il gol contro l’Alessandria (foto Mantova 1911)

Giovani promesse ravennati crescono. È un momento particolarmente brillante per i giovani calciatori nati nel Ravennate che stanno facendo le loro prime esperienze nel calcio professionistico. Oltre ai più noti Prati (che ha debuttato in serie A) e Casadei (miglior giocatore all’ultimo mondiale Under 20 e protagonista con il Leicester nella serie B inglese), in serie B si sta confermando Giovane (titolare nell’Ascoli) e sta segnando i suoi primi gol Raimondo (nella Ternana).

Il nome del giorno oggi è però quello di Antonio Fiori, classe 2003 da Piangipane che ieri sera (venerdì 6 settembre) ha segnato un gran gol contro l’Alessandria, già virale sui social tra gli appassionati, con il suo Mantova, alla prima stagione da professionista (al momento i biancorossi sono terzi nel girone A della serie C e Fiori ha già segnato due gol).

Fiori è cresciuto nel Cesena come tutti gli altri quattro citati, per poi passare dopo il fallimento della società romagnola nella Spal, che l’anno scorso l’ha mandato in prestito in serie D, nel Vastogirardi.

Ecco chi ha vinto la puntata ravennate di “4 Ristoranti” [SPOILER]

Sono terminate le riprese del programma di Alessandro Borghese

Alessandro Borghese Mar
Alessandro Borghese al Mar con il direttore Cantagalli e l’assessore alla Cultura Sbaraglia

La Trattoria Al Cerchio dell’omonima via del centro di Ravenna ha vinto la puntata tutta ravennate di “4 Ristoranti”.

Le riprese del programma con il celebre chef Alessandro Borghese sono terminate nella serata di venerdì 6 ottobre di fronte appunto al ristorante di via Cerchio, che sfidava il Corte Cabiria, l’Antica Bottega Di Felice e Al Cairoli.

Sono state giornate frizzanti, in centro, con tanti ravennati e turisti a caccia di un selfie e lo stesso Borghese che si è prestato più volte a promuovere la città, dalle foto alla Tomba di Dante fino alla visita alla nuova collezione dei mosaici permanenti del Mar.

La puntata dovrebbe andare in onda nelle prossime settimane (non esiste ancora una data), nell’ambito della nona stagione del programma attualmente in onda su Sky e Now.

Aprono entro l’anno a Ravenna i musei dedicati a Byron e Risorgimento

L’obiettivo del presidente della Fondazione della Cassa di Risparmio. Nel complesso di via Cavour anche un ristorante e una vineria

Palazzo Guiccioli Lavori Esterni 2

L’obiettivo è aprire entro l’anno, quindi tra poche settimane, il nuovo polo museale di via Cavour, in centro a Ravenna.

Si tratta dell’infinito cantiere dell’ottocentesco Palazzo Guiccioli, ad opera della Fondazione della Cassa di Risparmio di Ravenna, di cui si parla già dall’inizio degli anni Dieci. Un cantiere rallentato dalla burocrazia prima, poi dalla pandemia e quindi dalla difficoltà nel reperire i materiali, con un conseguente aumento dei costi.

Ora però il progetto è praticamente ultimato, come ci dice al telefono il presidente della Fondazione, Ernesto Giuseppe Alfieri.

Come ormai noto, al suo interno troveranno posto tre musei, a partire dai due inizialmente previsti, il Museo Byron (sul poeta e il suo rapporto in particolare con Ravenna) e quello del Risorgimento, con una sezione in particolare dedicata a Garibaldi. Con il passare degli anni se ne è aggiunto come detto un terzo, quello delle Bambole che aveva trovato spazio vicino a piazza Kennedy fino a qualche anno fa.

Musei (in particolare quello dedicato a Byron) che saranno anche all’insegna delle nuove tecnologie.

Nel complesso restaurato troveranno poi spazio un bookshop, gli uffici della Byron Society, un ristorante (sotterraneo) e una vineria.

Per Alfieri si tratta di un progetto importante anche dal punto di vista turistico, con l’obiettivo di portare in città anche visitatori dall’Inghilterra, legati naturalmente allo studio di Byron.

«Solo il 33% delle coste in concessione». E i bagnini ora sperano nel Governo

Si è conclusa la mappatura del tavolo tecnico. Cna chiede che non venga applicata la Bolkestein. I 5 Stelle: «Una farsa»

Salvataggio Spiaggia Cervia
Foto di repertorio

Solo il 33 percento circa delle aree demaniali delle coste, un terzo del totale, è in concessione. Con questo dato si è concluso il lavoro del tavolo tecnico istituito a maggio presso la Presidenza del Consiglio per definire i criteri per determinare la sussistenza o meno della scarsità della risorsa naturale disponibile. La scarsità farebbe applicare la direttiva Bolkestein alle concessioni balneari.

Sulla vicenda della Bolkestein avevamo fatto il punto nelle scorse settimane a questo link.

Il dato con cui si conclude il lavoro del tavolo tecnico a Palazzo Chigi è per le associazioni balneari la conferma che la risorsa naturale disponibile non è scarsa e che quindi non si dovranno applicare le regole Ue che costringono a nuove gare, dal 2024 secondo le ultime decisioni del Consiglio di Stato, o dopo il 2024 secondo il rinvio previsto dal decreto Milleproroghe.

Cna Balneari, in una nota inviata alla stampa, «chiede con forza al Governo italiano di utilizzare questi numeri chiave nella contrattazione con Bruxelles, come carta decisiva per evitare di mettere a gara tutte le concessioni attuali, limitando le procedure solo ai tratti di costa liberi. L’esecutivo Meloni deve portare avanti in fretta la sua proposta, promossa in campagna elettorale, mettendo in campo una norma, da concordare con la Commissione europea, che metta la parola “fine” alla questione e impedisca il caos che già si intravede in molti comuni marittimi che si stanno muovendo a macchia di leopardo, creando una situazione ingestibile e profondamente ingiusta per il mondo dell’impresa turistica balneare».

Polemico, invece, il Movimento 5 Stelle, tra i pochi partiti a prendere nettamente posizione a favore delle direttive europee. «I risultati della mappatura effettuata dal governo Meloni e sbandierati da alcune associazioni dei balneari sono una vera farsa inscenata per proteggere gli interessi a discapito dell’interesse dei cittadini, della qualità dell’offerta balneare del nostro Paese e degli operatori che vogliono garanzie serie per investire», è il commento del senatore dei 5 Stelle Marco Croatti. «Il dato messo ampiamente in risalto, ossia che “soltanto” il 33% delle coste marittime sarebbe attualmente in concessione, è un artificio contabile privo di valore e di rilevanza. Una mappatura seria avrebbe dovuto chiarire se esistono tratti di arenile appetibili per fare impresa, avrebbe dovuto specificare quali tratti non sono balneabili, quali zone sono rocciose e montuose. E avrebbe dovuto essere trasparente anche su base locale e regionale. Moltissimi comuni non hanno più disponibilità di tratti di costa che siano potenzialmente interessanti per l’apertura di nuovi stabilimenti».

A Faenza ha aperto la mostra mercato delle Regioni d’Europa

Inaugurazione Mercato Regioni D'europaTante persone oggi (6 ottobre) a Faenza all’apertura degli stand della Mostra Mercato di Regioni d’Europa in piazzale Pancrazi, che rimarrà aperta fino a domenica 8 ottobre alle 24.

Oltre una sessantina i commercianti ambulanti provenienti da tutta Europa e dalle regioni italiane che si sono dati appuntamento esponendo prodotti tipici di gastronomia e artigianato dei loro luoghi d’origine.

Grande spazio all’enogastronomia, spazio anche per lo street food di qualità, con cucine on the road.

Regioni d’Europa è un progetto realizzato da Apeca, Prisma, Unione Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza, in collaborazione con Fiva Confcommercio.

La Cassa di Risparmio dona 238mila euro agli alluvionati per pagare mutui e affitti

CassaRavenna

Un aiuto per pagare una o più mensilità del canone di affitto o una o più rate del mutuo, a beneficio delle famiglie residenti nei territori colpiti dall’alluvione del maggio scorso. La banca Cassa di Ravenna ha consegnato alla Fondazione Cassa di Risparmio un contributo di 283.570 euro, derivante dal collocamento di prestiti obbligazionari per l’ammontare complessivo di 4 milioni di euro, emessi dalla Cassa e dalla Banca di Imola. 

Ora sarà la Fondazione a distribuire il contributo secondo questi criteri: alle famiglie residenti nei territori censiti come alluvionati con Isee non superiore a 35mila euro e titolari di mutuo ipotecario prima casa in qualsiasi banca e/o contratto di affitto stipulato dopo l’1 maggio 2023 per esigenze abitative dovute all’inagibilità dell’abitazione principale.

L’aiuto sarà concesso sia a clienti della Cassa di Ravenna sia a non clienti e avrà un importo minimo di 500 euro per ogni richiesta accolta, fino ad esaurimento del plafond. Nel caso in cui lo stesso richiedente sia titolare di un mutuo prima casa e di un contratto di affitto la devoluzione sarà di mille euro fino ad esaurimento plafond.

Le richieste potranno essere effettuate alla propria filiale o – nel caso di non clienti – alla filiale territorialmente competente entro il 31 ottobre (salvo chiusura anticipata per esaurimento fondi), utilizzando la modulistica reperibile nel sito www.fondazionecassaravenna.it. L’erogazione agli aventi diritto avverrà entro il 15 dicembre.

Lo psicologo: «I trattamenti devono essere accessibili anche ai meno abbienti»

In occasione della giornata della psicologia, il presidente dell’ordine in Emilia Romagna sottolinea che un trattamento costa mille euro ma consente risparmiare il quintuplo di costi sociali

Raimondi4«I dati dicono che è cresciuta la richiesta di servizi psicologici soprattutto dopo il Covid, è quindi fondamentale fornire risposte alla domanda garantendo a tutti, anche ai cittadini meno abbienti, la possibilità di essere seguiti da uno psicologo o da una psicologa professionisti. Per farlo, è necessario investire nella sanità pubblica, ma anche supportare e valorizzare le forme di collaborazione fra pubblico e privato». Il presidente dell’Ordine degli Psicologi regionale, Gabriele Raimondi, si esprime così in occasione della Giornata Nazionale della Psicologia che si festeggerà il prossimo 10 ottobre. Le scorse settimane avevamo intervistato lo stesso Raimondi a proposito degli sportelli di ascolto scolastico.

Ansia e depressione sono i disturbi mentali più diffusi nel nostro Paese e influiscono negativamente sulla capacità degli individui di essere sereni e di sviluppare appieno le proprie risorse. Non solo: i disturbi mentali comportano spese dirette per diagnosi e trattamenti, ma anche costi indiretti legati alla perdita di reddito e riduzione della produttività. «Investire in psicologia, non solo attraverso interventi di cura ma anche tramite progetti di prevenzione, significa non solo promuovere il benessere degli individui, ma anche risparmiare in termini di costi a carico dell’intera collettività – prosegue Raimondi – Il trattamento psicologico costa, in media, mille euro, ma fa risparmiare 4.800 euro nel complesso dei costi sociali associati. Fondamentale, in questo contesto, è anche l’integrazione sociosanitaria».

Secondo i dati rilevati dal progetto “Vivere Meglio” di Enpap – Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Psicologi, i disturbi più frequenti sono disturbi dell’umore, disturbi dell’adattamento e disturbi d’ansia. Fra le persone in cui è stata riscontrata una necessità di intervento di media intensità ci sono, in particolare, donne fra i 20 e i 29 anni. Il genere femminile, la giovane età, l’aver ottenuto un titolo di istruzione superiore ma non un titolo universitario, il non essere coniugati, il non essere nati in Italia e la disoccupazione si associano a maggiori vulnerabilità allo sviluppo di sintomi particolarmente gravi. «E’ importante intervenire al più presto – conclude Raimondi – soprattutto in questa fascia di età, per garantire a tutti salute psicologica».

Vanoli: «La storia è sempre identitaria, ma dobbiamo allargare lo sguardo al mondo»

Il noto storico e divulgatore ospite a Ravenna al museo Classis per presenteare il suo volume “Non mi ricordo le date!” pubblicato da Treccani per la nuova collana “Tessere”. «In questa società parcellizzata siamo alla ricerca di radici». Sul mestiere degli storici: «Dubitare di qualsiasi cronaca ufficiale, applicare il metodo critico e porsi il dubbio»

Alessandro Vanoli 8

Uno storico che si interroga sul senso di fare e insegnare storia oggi e, insieme, ci ricorda quale sia il filo di date, quella linea del tempo condivisa che ci appartiene e in qualche modo ci rappresenta. Alessandro Vanoli, bolognese, classe 1969, ha lasciato l’insegnamento universitario per diventare autore e divulgatore con all’attivo numerosi libri per Il Mulino e Laterza, podcast, collaborazioni Rai, monologhi teatrali, tutte attività all’insegna dell’accuratezza da un lato e della fascinazione del racconto dall’altro. Ora ha da poco dato alle stampe Non mi ricordo le date! La linea del tempo e il senso della storia, tra i primi titoli della nuova collana di Treccani diretta da Paolo di Paolo dal titolo “Tessere”. Ne parlerà a Classis sabato 7 ottobre alle 11, primo di una serie di incontri organizzati da RavennAntica nel museo. 

Vanoli, come possiamo definire questo libro così sui generis e che sembra quasi contenere due anime, una più diciamo di contenuto – le date che ci ricordiamo o dimentichiamo – e l’altra invece di riflessione sul senso della storia oggi?

«Non so dare una definizione, ma è vero che tutto nasce da due elementi diversi ma convergenti: da un lato una serie di riflessioni che mi appartengono da tanti anni, in cui ho messo in dubbio il mio mestiere di storico per capire cosa sia ormai diventato. In seconda battuta, la proposta di un caro amico e strepitoso intellettuale quale Paolo Di Paolo che ha immaginato questa nuova collana Treccani come una serie di libri il meno pedanti possibile che cercano di riflettere su cosa c’è rimasto dei nostri saperi di base, quelli acquisiti attraverso la scuola, ma non solo, e che si sono quindi sedimentati. Questa era la chiave attraverso cui potevo ragionare sulle trasformazioni che il senso della storia ha attraversato negli ultimi decenni».

Per chi lo ha scritto quindi? Persone che hanno da tempo finito gli studi? Docenti? E i ragazzi delle scuole che ancora non hanno sedimentato alcuna scansione del passato? 

«Dichiaratamente il primo pubblico di riferimento è stato quello dei boomer come me, per coloro che ormai hanno attraversato gran parte del loro percorso formativo. Poi ci sono gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado: vorrei che il libro diventasse l’occasione di una  riflessione tra colleghi visto che è esattamente la categoria a cui ancora sento di appartenere per  deontologia e storia personale. I ragazzi invece sono la speranza, proprio perché non hanno la nostra sedimentazione e hanno altre finestre. Il mio auspicio è quello di usare strumentalmente la mia memoria per ragionare sulla memoria che si sta creando in loro». 

Nel suo libro emerge quanto “l’invenzione della storia” come materia scolastica del Regno d’Italia sia servita innanzitutto a costruire un’identità nazionale. Ne abbiamo ancora bisogno? In un mondo globalizzato non è una visione troppo ristretta per poter capire ciò che ci circonda oggi?

«Da un certo punto di vista è vero che c’è un approccio fortemente italocentrico di cui non ci siamo mai liberati, che soffre di diverse stiracchiature, ma che rappresenta anche una serie di punti fermi che ci fanno stare comodi. Personalmente, sono convinto che sia necessario avere una percezione del mondo complessa a sufficienza da poter abbracciare tutto. Oggigiorno è privo di senso non sapere nulla della Cina, della Russia, dei paesi musulmani. Quindi la risposta è che certo, sarebbe necessario ampliare lo sguardo. Ma allo stesso tempo, so anche che per funzionare la storia ha bisogno di parlare di qualcosa che sentiamo nostro, ha  una natura identitaria».

E come si coniugano questi due aspetti?

«La sfida è capire e far capire che la storia e la geografia globali ci appartengono. Ogni tassello fa parte della nostra umanità. A scuola sappiamo come i programmi di storia siano stati devastati anche prima della riforma Moratti e gli insegnanti mi parlano della difficoltà di poter parlare di Cina quando già le ore in classe non bastano per studiare l’Europa. Non è quindi solo un problema di competenze, ma anche pratico. Si dovrebbero rivedere i programmi scolastici, ma questo non è il mio mestiere».

Gli studenti oggi chiedono spesso perché debbano ancora imparare i sumeri… 

«E hanno ragione! È una scelta figlia di quell’italocentrismo che vuole farci vedere da dove arriva la nostra classicità e quale sia la nostra eredità. Siamo ancora lì. Ma almeno sarebbe bene rendersi conto che anche in tutto questo c’è una sua artificialità».  

Quanto c’è di vero nella frase per cui “la storia la scrivono sempre i vincitori”? Ovvero: quanto è manipolabile la storia?

«La frase è meno vera di quanto si creda. Può capitare spesso che la storia ufficiale politica faccia una cronaca di parte, ma questo non accade per la storia quotidiana dove ci sono sempre tanti tipi di fonti diverse. E ci sono tante tracce materiali e scritte che raccontano dei perdenti. Il mestiere degli storici è proprio dubitare di qualsiasi cronaca ufficiale, applicare il metodo critico e porsi il dubbio. In quel dubbio c’è tutta la differenza». 

Abbiamo parlato di difficoltà oggi di capire quale e come insegnare la storia a scuola alle nuove generazioni. E però fuori da scuola stiamo assistendo a un’attenzione forse senza precedenti a questa materia che è addirittura sbarcata in Tv in prima serata di recente. Come se lo spiega?

«Non è semplice: io credo da una parte che un certo modo di sentire e studiare la storia stia battendo in ritirata perché manca l’idea di partecipazione e condivisione e le comunità si fondano più sul racconto che sullo scambio di beni materiali. Oggi ci troviamo in una società parcellizzata dove è il singolo che conta e questo fa sì che ci interessi meno la storia come collante sociale, ma allo stesso tempo sentiamo il bisogno di storie che ci rimandino alle nostre radici. Abbiamo tutti bisogno di radici, ma oggi queste sono più labili. Il successo mediatico della divulgazione storica credo sia una spia di una necessità che non viene meno e che ha alla base sempre le stesse domande».

All’ingresso di Classis è riportata una citazione di Momigliano che dice: “Quando voglio capire la storia d’Italia, prendo un treno e vado a Ravenna”. Lei viene spesso a Ravenna, condivide la frase?

«A Ravenna vengo sempre molto volentieri, ma mi pare un’affermazione forse un po’ eccessiva, quanto dice è vero per tutta o quasi l’Italia, è la fortuna di vivere in un luogo dove la linea del tempo corre davvero attraverso i millenni».

Riviste Reclam

Vedi tutte le riviste ->

Chiudi