mercoledì
22 Aprile 2026
intervista

«Il maxiprocesso a Cosa Nostra svolta di civiltà. La mafia ha cambiato volto ma esiste ancora»

L’ex magistrato Pietro Grasso ha presentato a Lugo il libro in cui torna dentro l’aula bunker di Palermo

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Politico ed ex magistrato, Pietro Grasso è stato venerdì 17 aprile a Lugo per presentare il suo libro U Maxi. Dentro il processo a Cosa Nostra (Feltrinelli 2026) nell’ambito della rassegna “Fratture”, in dialogo con Pierluigi Senatore. Il libro racconta il maxiprocesso del 1986 alla mafia, che Grasso ha vissuto in prima persona da giovane magistrato, con ricordi vividi sull’aula bunker di Palermo e sul sistema di potere della malavita organizzata. Lo abbiamo intervistato.

Perché ha deciso, a 40 anni di distanza, di scrivere un libro sul maxiprocesso?
«Ho sentito il bisogno di tornare dentro quelle giornate e quell’impresa collettiva, non per nostalgia ma per riaccendere i riflettori su una stagione che in molti credono conclusa. Alcuni aspetti di quella vicenda sono stati travolti dal tempo, distorti dalla memoria e talvolta dimenticati. Perciò ho voluto lasciare la mia traccia personale».

I suoi ricordi più vividi dell’aula bunker di Palermo?
«Sono gli stessi che sono rimasti scolpiti nell’immaginario collettivo: l’ingresso del boss Tommaso Buscetta, il suo teso confronto con il capo della sua famiglia mafiosa Giuseppe Calò, le dichiarazioni in dialetto siciliano del collaboratore di giustizia Salvatore Contorno pretestuosamente contestate dagli avvocati che asserivano di non comprenderle, il capo di Cosa nostra Michele Greco che, prima che la corte d’assise si ritirasse in camera di consiglio per deliberare la sentenza, augurò ai componenti della corte la pace fino alla fine dei loro giorni. Avendo vissuto il Maxiprocesso come giudice a latere, ho cercato di commentare ogni singolo episodio e di arricchire con retroscena e dettagli che finora erano rimasti nelle pieghe delle cronache».

Perché è importante continuare a raccontare il maxiprocesso?
«Perché non fu solo una battaglia vinta nei tribunali, bensì una vera e propria svolta di civiltà. Il maxiprocesso ha dimostrato che lo Stato può diventare comunità, quando tutti lavorano nella stessa direzione. Non solo i magistrati e le forze dell’ordine, ma anche il governo che costruì l’aula bunker per la sicurezza delle udienze, il parlamento che approvò una legge affinché il processo terminasse a gabbie piene, i cittadini che parteciparono come giudici popolari alla corte d’assise, e ovviamente i testimoni e le parti civili. Quando lo Stato nel suo complesso vuole raggiungere lo stesso obiettivo, ci riesce. Fu possibile allora, nonostante all’inizio sembrasse un’impresa a causa del numero elevato di 475 imputati, e può continuare a esserlo. Questo è il messaggio principale da trasmettere soprattutto ai giovani».

Quella fase storica ha cambiato l’Italia, lasciando ferite ancora aperte.
«Le stragi che seguirono al maxiprocesso furono le principali fratture. Prima di allora non era mai accaduto di condannare dei capi mafia all’ergastolo, ma dopo che la sentenza divenne definitiva, prese il via quella triste pagina su cui ci sono ancora oggi delle parti oscure. Credo che uno Stato democratico dovrebbe fare il possibile per arrivare alla verità fino in fondo. Finché non ci sarà chiarezza, le ferite non si potranno rimarginare».

Come è cambiata la mafia in questi 40 anni?
«Oggi la mafia è scomparsa quasi completamente dalle cronache quotidiane, ma non si può assolutamente ritenere sconfitta. Nonostante il maxiprocesso abbia fatto condannare all’ergastolo tanti capi mafia come Riina, Provenzano e Messina Denaro, che nel frattempo sono morti in carcere, purtroppo la mafia esiste ancora e ha cambiato volto. Ha smesso di sparare ma continua a infiltrarsi nei circuiti dell’economia e della pubblica amministrazione. Cerca di catturare il consenso di una parte della società, quella che trae vantaggi da un sistema fatto di privilegi, corruzione e collusioni. Anche questa è mafia e non lo si può nascondere col silenzio. Non riconoscerlo significa aiutare i criminali che sperano che la normativa antimafia possa essere cambiata o svuotata lentamente. L’indifferenza e la rassegnazione sono un male terribile».

La politica non fa abbastanza?
«La lotta alla mafia non dovrebbe avere ideologia politica, perché la mafia è la negazione dei principi costituzionali di libertà, democrazia, giustizia, solidarietà umana, rispetto per l’ambiente e per l’altro. Ogni partito dovrebbe contrastarla con eguale efficacia e senza divisioni».

La riforma della magistratura proposta dal governo Meloni è stata respinta dal recente referendum, ma il dibattito sui problemi del sistema giudiziario è ancora aperto. Come è possibile migliorarlo?
«Una riforma utile dovrebbe risolvere i veri mali della giustizia, che riguardano soprattutto la sua lentezza. I tribunali dovrebbero funzionare in modo più efficace e tempestivo. Per farlo occorre attribuire loro più risorse umane e materiali, ma anche semplificare i processi in modo che le lungaggini procedurali non vengano sfruttate dagli imputati per raggiungere la prescrizione. Mi pare che negli anni non si sia mai riusciti a risolvere questi aspetti, che sono gli unici sentiti dai cittadini».

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