Riceviamo e volentieri pubblichiamo una riflessione di Paola Bianchi, psicoterapeuta ravennate, che prova a rispondere a una domanda: da dove spuntano i maranza?
In questi giorni di metà aprile che mi avevano illuso che fossimo entrati nella stagione della fioritura mi ritrovo ad aprire la finestra da qualche mattina immersa nella nebbia padana. Questo clima letargico e dai toni grigi non mi aiutano di certo ad affrontare le incombenze della giornata.
Mentre assaporo una bevanda calda e leggo alcune mail, mi arriva a bruciapelo una domanda su messanger da una persona che non conosco: Secondo lei da dove spuntano i maranza o che dir si voglia? Provo a rispondere.
Di adolescenza, brufoli e funghi avvelenati
I fatti di cronaca di questi ultimi giorni hanno portato l’attenzione ancora una volta sugli adolescenti. Gesti criminali che hanno sollevato indignazione, preoccupazione, sgomento e l’immancabile giudizio che distribuisce sentenze di pena più o meno spietate. La violenza nei giovani non è un fatto nuovo, ma direi che va contestualizzato in uno scenario piuttosto complesso spesso sintomo di un profondo disagio psicologico ed emotivo. Alcune delle principali cause le possiamo rintracciare nell’analfabetismo emotivo, difficoltà a gestire frustrazione, carenze educative e contesti difficili.
La violenza, da un punto di vista evolutivo, è un comportamento che nasce per proteggere la sopravvivenza: difendere il territorio, il gruppo, le risorse, la prole. La violenza serve a proteggere, evolutivamente, non a distruggere. E’ un gesto fisico, agito, compiuto.
Fra gli esseri umani però quello che sappiamo è che spesso è espressione di qualcosa. Affermazione di potere, di offesa, di disperazione, di vendetta.
Nell’adolescenza, questa dinamica può essere amplificata da un cervello ancora in costruzione: la corteccia prefrontale, che regola l’impulsività e l’empatia, si sviluppa più lentamente rispetto ai sistemi limbici, che governano emozioni intense e reazioni aggressive. Accade così che ci ritroviamo dalla sera alla mattina con un la faccia piena di brufoli e con l’impulso di urlare dalla rabbia per la vergogna di presentarci fra i propri simili con quell’aspetto che non ci rimanda una bella immagine di noi.
È un periodo della vita in cui si oscilla fra il bisogno di indipendenza, autonomia e libertà e la necessità di appartenere, essere visti, accolti, ascoltati dal gruppo dei pari. Nel linguaggio psicodinamico lo definiamo processo di separazione-individuazione.
Ma quando il confine fra un gesto impulsivo, immediato, disregolato diventa crimine, crudeltà, malvagità cosa è accaduto?
Alzo gli occhi e uno spiraglio di sole pare farsi spazio fra le nebbie. La tazza si è raffreddata. L’ambiente, penso, in fondo ha una sua capacità intrinseca di autoregolarsi. Però se in campo entrano elementi che creano forte squilibrio questa possibilità viene notevolmente alterata.
E allora mi chiedo a quale livello di frustrazione deve essere arrivato un ragazzo che accoltella la propria insegnante? perché ogni capacità di discernimento soggettiva viene a sparire in un tranquillo sabato sera di orrore dove un uomo trova la morte per calci e pugni da un gruppo di giovani anonimi? Ce lo aveva ben spiegato G.Le Bon nel suo intramontabile manuale ”La psicologia delle folle”.
Quando l’agito diventa di gruppo anziché scattare una sorta di autocontrollo da parte dei coetanei presenti pare invece che si annullino completamente le singole menti per confluire in unico gesto di violenza.
Si è fatta ora di pranzo, l’anziana madre mi porta funghi cresciuti spontanei, raccolti dalla betulla di casa , evidentemente aiutati a prolificare dall’umidità campestre. Sono buoni? La mia è ovviamente una domanda retorica, so bene che non è un cibo avvelenato. Mia madre ha imparato a riconoscerli da quando era bambina e mi ha trasmesso questa abilità.
Penso quindi che qualcosa si è inceppato nel cammino della crescita, forse non solo dei giovani aggiungo, tanto da rendere lo scenario ancora più complicato. Qualcuno sostiene che questi esiti di violenza agita come assunzione quasi identitaria sia da rintracciare nelle lassità educative delle famiglie odierne, con poca o nessuna capacità di tenuta sui margini, divieti, confini o per contro assumendosi il diritto di sapere noi qual’è il bene dei nostri figli. Se anche fosse, dimostra solo una nostra pretesa che rischia di non attivare invece un percorso forse ben più difficile e complicato che è quello di capire meglio chi è nostro figlio.
Ma in ogni caso, quanto dobbiamo aver ignorato, mal interpretato, omesso, non accompagnato e addirittura negato quel sottile confine che fa riconoscere un fungo commestibile da quello avvelenato?
In altre parole, la violenza che diventa crudeltà e orrore ci sta mostrando il lato più oscuro di noi stessi. Se ha radici evolutive, anche la sua cura deve esserlo: non solo punire, ma insegnare a trasformare gli impulsi. L’educazione affettiva aiuta a riconoscere e regolare le emozioni: la rabbia può diventare energia, la forza protezione. Noi adulti abbiamo un compito fondamentale che è quello di riprendere, utilizzare, potenziare le nostre risorse di esseri umani.
Non solo nella relazione con i figli, ma con l’intera comunità. Dobbiamo chiederci quali esempi stiamo trasmettendo, quali patti educativi siamo in grado di costruire, quali messaggi esprimiamo. Quali i valori che ci orientano nel mondo? E aggiungo infine, siamo credibili?
Se la violenza, l’aggressività, la prevaricazione, la falsità, l’ipocrisia, diventano la forma, l’oggetto, l’incarnazione e la rappresentazione del nostro modo di vivere, come possiamo pensare che chi sta imparando a starci in questo mondo ne sia esente?



