Domenica 20 settembre, allo Spazio Z.A.R.A. in darsena di città, all’interno del programma di Manualetto 2026, si è tenuta la presentazione del libro Volevo un tè al limone. La mia vita da bipolare (Marsilio, 2025) di Fabio Macaluso: l’autore ha dialogato con lo psichiatra Roberto Zanfini, medico psichiatra e direttore dell’Spdc (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) di Ravenna per l’Ausl della Romagna. L’incontro ha segnato l’apertura di Stati Mentali Generali, prima rassegna italiana di narrativa biografica sul disagio mentale che proseguirà poi con un calendario di successivi appuntamenti fino a dicembre in altre sedi della città.
L’iniziativa è promossa dall’associazione Porte Aperte OdV-Ravenna e vari enti locali, con l’obiettivo di unire letteratura e psichiatria per abbattere lo stigma sulla sofferenza psichica. L’incontro è stato introdotto da Giovanna Piaia, già assessora al Comune di Ravenna e oggi volontaria dell’associazione. Da sempre in prima linea in iniziative di solidarietà e inclusione sociale, Piaia ha illustrato il significato della rassegna, nata con l’intento di creare «un’alleanza tra vulnerabilità psichiatrica e letteratura». Ha inoltre sottolineato il valore del presidio sociale che l’associazione Porte Aperte garantisce da tre decenni, attraverso progetti volti a promuovere l’idea che il benessere psichico rappresenti un bene comune e un patrimonio collettivo. Durante il dialogo con il dottor Zanfini, l’autore ha condiviso con il pubblico il contenuto del libro: nel pieno di una carriera come manager di successo nel settore delle start up, la costante ricerca dell’efficienza lavorativa e il peso delle aspettative hanno agito come fattore scatenante per una fragilità biologica preesistente. Fabio Macaluso ha descritto la sua malattia utilizzando la metafora che il professor Giovanni Battista Cassano (figura cardine della psicofarmacologia e della clinica psichiatrica in Italia, noto per i suoi studi pionieristici sulla depressione e sui disturbi dell’umore) utilizzò per spiegargli che la sua mente possedeva un “motore” potentissimo che correva però all’interno della “carrozzeria” di una vettura normale, finendo inevitabilmente fuori strada e andando in pezzi a causa della mancanza del controllo necessario. Il dottor Zanfini ha guidato il confronto stimolando l’autore con domande sulla genesi del libro, indagando come e quando sia nata l’urgenza di tradurre in parole un’esperienza così intima. Attraverso questo filo conduttore, lo psichiatra ha richiamato diversi aneddoti contenuti nel testo, offrendo al pubblico una chiave di lettura clinica e umana e permettendo a Macaluso di svelare i retroscena di episodi personali, talvolta dolorosi e talvolta ironici, che costellano la sua quotidianità.
Ripercorrendo l’alternanza emotiva del disturbo bipolare, dove l’energia in eccesso della fase maniacale consuma ogni risorsa fino a lasciare spazio alla depressione, l’autore ha evocato un parallelismo citando il libro Yoga, di Emmanuel Carrère, scritto anch’esso a seguito a un crollo psichico. In entrambe i libri viene scelta la via di una narrazione intima e senza filtri per mostrare come la letteratura possa diventare uno strumento per fare ordine nel caos della mente, trasformando la vulnerabilità in una lucida presa di coscienza. Definito dallo stesso autore un “libro di servizio”, il volume tratta una materia clinica complessa, incluse le esperienze presso il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura con un registro narrativo ironico e accessibile. Macaluso si è soffermato anche sull’importanza dell’approccio cognitivo-comportamentale nell’iter di cura, evidenziando come in questo orientamento sia centrale la dimensione dell’ascolto attivo ed empatico. Ha spiegato come questo indirizzo terapeutico non si limiti alla gestione farmacologica, ma offra strumenti pratici per decodificare il funzionamento della mente, aiutando a riconoscere e disinnescare i pensieri automatici e disfunzionali che alimentano il disturbo, permettendo al paziente di monitorare i primi segnali di crisi e di ritrovare un ruolo attivo e consapevole nella gestione del proprio benessere.
La testimonianza di Macaluso mi ha fatto tornare alla mente le parole di Eugenio Borgna, scomparso nel 2024 e ricordato come uno dei massimi esponenti italiani della psichiatria fenomenologica. Durante un’intervista (pubblicata su questa testata) rilasciatami al Festival della Mente di Sarzana nel 2009, subito dopo il suo intervento dal titolo “Emozioni queste sconosciute”, Borgna mi parlò dell’importanza di non ridurre le fragilità psichiche a un mero difetto biologico da correggere con i farmaci. La reale “stabilizzazione” – spiegava il professore – non coincide con la cancellazione della fragilità, ma con l’accettazione della propria storia che nasce dall’incontro autentico tra la cura medica e il vissuto umano. Tuttavia, l’appello a considerare la salute mentale come un patrimonio comune si scontra oggi con una realtà drammatica che investe la sanità pubblica: la cronica carenza di personale medico e infermieristico nei reparti di psichiatria e nei servizi territoriali. Quando i Dipartimenti di Salute Mentale si svuotano di professionisti, ad essere sacrificati sono proprio il tempo dell’ascolto, la continuità terapeutica e la possibilità di intercettare tempestivamente i campanelli d’allarme dello scompenso. La psichiatria, per sua natura, vive di relazioni e di vicinanza umana; sottrarre risorse a questo comparto significa privare i pazienti del loro diritto alla cura e abbandonare le famiglie a un carico assistenziale insostenibile. Se le parole della letteratura hanno il merito di abbattere lo stigma culturale, spetta alla responsabilità delle istituzioni garantire che a quel racconto corrisponda un presidio medico solido, dignitoso e accessibile a tutti.


