giovedì
03 Settembre 2026

C’era una volta Niccolò Paganini

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C’era una volta, tanto tempo fa, un musicista dalla figura sottile, dal naso adunco e dai capelli neri come la pece. Si narra che quest’uomo avesse fatto un patto col demonio e che, come un redivivo pifferaio, riuscisse ad ammansire le folle col suono del suo violino. Tante erano le donne che svenivano durante i suoi concerti, trasportate nell’estasi dall’aura stupefacente dei suoi suoni. Quest’uomo riusciva a domare anche i re e perfino le autorità ecclesiastiche dell’epoca avevano timore di lui, tanto da non autorizzarne la sepoltura in terra consacrata. Detta così sembra una fiaba, invece è la storia di una vera e propria superstar dell’Ottocento: Niccolò Paganini. Nato a Genova nel 1782, il violinista più famoso della storia costruì il suo mito fin da subito. La sua biografia, infatti, non annovera studi tradizionali e, addirittura, è noto che, arrivato a Milano, Paganini chiese lezioni ad Alessandro Rolla, primo violino del teatro meneghino e docente di quello che oggi è il Conservatorio Verdi; il didatta, tuttavia, dopo poco tempo, lo licenziò affermando che non aveva nulla di più da insegnare al musicista ligure. Da lì Paganini spiccò il volo. La sua tecnica violinistica era incomparabile, tanto che per farne sfoggio pare rompesse di proposito alcune corde del suo violino durante i concerti proprio per aumentare la meraviglia degli spettatori.

Probabilmente questa è una delle innumerevoli leggende metropolitane che ammantavano la sua figura di virtuoso mefistofelico, nondimeno è innegabile che per far risaltare la propria abilità egli scrivesse brani da eseguire tutti sulla quarta corda (la più scomoda da suonare). La sua bravura non si esprimeva solo sul violino, ma si dedicò anche allo studio della chitarra, strumento per il quale scrisse in maniera intensa. Non meraviglia, quindi, che la sua musica da camera non contempli lo strumento principe del Romanticismo, il pianoforte, ma affidi proprio alla chitarra il ruolo di accompagnamento (il famoso Moto perpetuo, un esempio su tutti). Era molto versato anche nella composizione tanto che Gioacchino Rossini, suo grande amico, si rallegrava di non dover rivaleggiare con lui nel campo operistico. Meno noto è come la sua fisiologia lo aiutasse a raggiungere queste vette: Paganini soffriva di aracnodattilia, una malattia particolare che gli consentiva di allungare le dita in maniera altrimenti innaturale. Morì, solo, a Nizza nel 1840, e dal 1876 riposa a Parma, ma la sua leggenda continua ancora oggi.

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