La carriera di Cristiano Caldironi, attore ravennate classe 1978, è una storia che parla di ecletticità e passione: dopo il diploma alla scuola di recitazione Galante Garrone di Bologna, e la «fortuna di essere notato da Giorgio Comaschi», si apre un percorso che attraversa teatro di prosa e musical, comicità e cinema d’autore. Nel 2012 il desiderio di diventare padre lo riporta a Ravenna, dove per qualche anno collabora con Mirabilandia per la conduzione dello stunt-man show. «È stato il periodo in cui ho conosciuto Ivano Marescotti – racconta Caldironi – e abbiamo deciso di aprire una scuola di recitazione insieme. A Mirabilandia mi divertivo, ma in quel momento ho capito che era il momento di tornare al primo amore: il palco e la macchina da presa».
Da lì un nuovo capitolo tra cinema e televisione, con il primo ruolo da protagonista al cinema, la presenza fissa ne I delitti del BarLume, il recente ruolo di Arrigo Sacchi nella produzione di Hollands Licht e Warner Bros dedicata al “Cigno di Utrecht” e vincitrice di tre Gouden Kalveren. Giovedì 5 novembre, alle 21, Caldironi sarà ospite al Cinema Mariani di Ravenna per accompagnare un altro dei suoi ultimi lavori, con la proiezione del film Il canto di Alina, insieme alla regista Ilaria Braccialini.
Dal palco di Zelig con “Le Tutine” fino al cinema di autore: è stato un percorso o è la possibilità di spaziare tra generi così diversi ad appassionarla?
«Sono aspetti che si completano. Un comico lo sa: all’interno di uno sketch c’è sempre una componente molto realistica. La comicità è la realtà raccontata da un altro punto di vista, solo un po’ deformata. Ho sempre cercato di vivere il palco a 360 gradi perché, dopotutto, anche la persona più seria sorride e quella più spensierata cerca un momento di introspezione».
Sempre in ambito comico, anche la partecipazione a Camera Caffè, definito da chi ci ha lavorato come una prova attoriale complessa, tra ritmi serrati e scambi di sguardi con la telecamera. Che ricordi ha dell’esperienza?
«Credo sia una riprova della serietà che si cela dietro alla comicità: io ero giovanissimo, ma ricordo un ambiente estremamente professionale. Luca e Paolo in camerino, chini sul copione a studiare, e un via vai di attori teatrali, anche di formazione shakespeariana, abituati a un lavoro di grande precisione. Anche un prodotto apparentemente semplice e leggero richiede tanta professionalità e studio».
Non è stata l’unica occasione che l’ha vista al fianco di grandi nomi. C’è qualche incontro o collaborazione che ricorda con più affetto?
«Acqua alle corde è stato il mio primo film da “protagonista assoluto”, un termine che mi fa sempre un po’ sorridere. Attorno a me, c’erano personaggi come Vito, Elio, Giobbe Covatta, Enzo Iacchetti e Natasha Stefanenko… un’esperienza che porterò sempre nel cuore. Ricordo il grande sostegno e l’aiuto che mi hanno dato. Il mio personaggio, Angelo Santini, era un antieroe pieno di fragilità: per farle vivere attraverso il personaggio, dovevo prima accoglierle io come attore. In quei momenti, la vicinanza di questi grandi professionisti è stata preziosa».
Negli ultimi anni ha partecipato sia a produzioni internazionali come Basta sia a opere indipendenti come Il canto di Alina. Che differenze ha riscontrato in questi contesti?
«Sono ambienti diversi: la grande produzione, lo dice il nome stesso, è “grande”, ma è bello ritrovare sempre al suo interno una componente umana. Per quanto riguarda Il canto di Alina, opera prima di Ilaria Braccialini e Federica Oriente, ho ritrovato tutta quella forza, quella passione e quella voglia di raccontare storie senza compromessi tipica delle due registe e del loro collettivo. Durante le lavorazioni si percepiva l’entusiasmo e la voglia di fare un cinema nuovo, che non chiede permesso e rifugge il patinato. In generale, però, mi rende felice ritrovare anche in produzioni più grandi la voglia di fare qualcosa di bello: i David di Donatello di quest’anno ce l’hanno dimostrato, c’è tanta voglia di tornare a un tipo di cinema più crudo, più reale».
Tra i lavori più recenti anche Basta, serie tv olandese dedicata a Marco Van Basten che attraversa il mondo del calcio ma anche figure simbolo italiane come Arrigo Sacchi e Silvio Berlusconi. Come viene raccontata l’Italia da uno sguardo internazionale?
«Mi ha colpito particolarmente il rispetto: non solo verso la storia di Marco Van Basten, che non è solo una biografia calcistica, è il racconto di un dramma, ma in generale il rispetto per l’Italia e le sue figure. Da Sacchi, il mio personaggio, a quelle più controverse come Berlusconi, c’è stata grande cura nella costruzione dei ruoli, mossa da curiosità e fascino per il nostro Paese. Già dal casting ci hanno detto che non era richiesta una somiglianza fisica con i personaggi, ma la capacità di raccontarne l’anima».
Quanto ha pesato la barriera linguistica, sul set e nei momenti fuori dalle riprese?
«Basta dire che al termine delle riprese ho installato Duolingo sul cellulare, soprattutto per le chiacchiere fuori dal set (ride ndr). Sto esagerando: alla fine me la cavo, e ho avuto la fortuna di dover parlare inglese proprio come Arrigo Sacchi, senza dovermi preoccupare di mantenere un accento da madrelingua o di camuffare l’inflessione romagnola».
Dopo aver fondato un primo corso di recitazione a Milano e la Tam con Marescotti, oggi il suo impegno per la formazione di nuovi talenti continua all’Accademia Teatro Cinema. Qual è il lavoro che portate avanti?
«Dopo la morte di Ivano ho capito che era arrivato il momento per aprire la mia scuola. Negli anni si è evoluta, e oggi ospita un corpo docente di livello nazionale e internazionale, composto da attori, pedagoghi, registi. Quest’anno sono in programma masterclass e incontri con il regista Giuseppe Piccioni e la casting director Barbara Giordani. Le lezioni si svolgono nel fine settimana, per dare modo a chi lavora o viene da fuori di seguirle. Non ci sono limiti di età per l’iscrizione: Ivano ricordava sempre che lui ha iniziato tardi nel mondo della recitazione e che sia giusto dare a tutti la possibilità di provarci. È comunque necessario superare delle audizioni per potersi iscrivere, o provenire da altre accademie».
Oggi è possibile per un giovane aspirante attore muovere i primi passi da Ravenna, senza avvicinarsi ai grandi poli di produzione?
«Credo che l’Emilia-Romagna Film Commission stia facendo un ottimo lavoro in questo ambito. Sempre più spesso casting director scrivono direttamente alla nostra scuola per cercare attori del territorio, come richiesto dal bando della Film Commission. Questo sistema offre ai ragazzi la possibilità di studiare e usare la Romagna come trampolino di lancio. Ovviamente, vivere a Roma o Milano aiuta nel fare rete e nel costruire pubbliche relazioni, ma se un ragazzo studia, ha talento e passione può farcela anche da qui. Io stesso ora vivo a Ravenna, e diversi nostri studenti hanno già ottenuto ruoli in produzioni nazionali, da Il Paradiso delle Signore alla serie sugli 883, fino a quella dedicata alla famiglia Panini».
Qual è il sogno nel cassetto? Il prossimo “tassello” da aggiungere alla carriera?
«Attualmente sto preparando uno spettacolo teatrale insieme al maestro Ida Kuniaki, un lavoro particolarmente stimolante, che unisce il linguaggio di Beckett ai capolavori di Fellini. Più in generale però, il sogno è che il tassello successivo arrivi sempre. Sono affamato di questo mestiere, voglio continuare ad affrontare lo spettacolo e avere la possibilità di continuare a raccontare una storia, e poi un’altra ancora».


