mercoledì
01 Luglio 2026
agricoltura

Brigate anti caporalato: decine di lavoratori pakistani in un casolare fatiscente in mezzo ai terreni di un’azienda agricola

La scoperta nel Faentino nel corso dei sopralluoghi della Cgil. Il nostro report

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Il caporalato non è solo al sud Italia come tanti pensano, ma anche nelle campagne romagnole. Lo ha appurato il sindacato Flai-Cgil, che da alcuni anni con l’iniziativa “Brigate del lavoro” gira fra i terreni agricoli di tutta la penisola per informare i braccianti sui loro diritti e sulle norme in materia di salute e sicurezza. L’edizione 2026 ha fatto tappa dal 29 giugno al 3 luglio nelle province di Ferrara e Ravenna, dove il sindacato ha riscontrato varie situazioni di irregolarità. «Ci siamo concentrati sui terreni di albicocchi e peschi perché la raccolta è in corso in questo periodo, quindi è stato facile individuare lavoratori all’opera», spiega Silvia Guaraldi, segretaria nazionale Flai-Cgil. Alla carovana hanno preso parte alcuni volontari di associazioni umanitarie come Libera e Mediterranea, rappresentanti delle istituzioni e giornalisti. L’iniziativa si concluderà con una conferenza pubblica in programma venerdì 3 luglio a Palazzo Rasponi per raccontare al pubblico le attività svolte.

Solarolo, San Bartolo, Ghibullo, Chiesuola, Prada e Reda sono alcune delle località ravennati attraversate dai furgoni della Cgil. In buona parte sono state riscontrate situazioni a norma, ma le eccezioni non mancano. Secondo le stime dell’osservatorio Placido Rizzotto, il tasso di irregolarità nel lavoro dipendente in agricoltura è del 14-16% in provincia di Ravenna e del 18-20% in provincia di Ferrara. Non si tratta di record come il 50% di Caserta e il 40% di Cosenza, ma nemmeno di numeri piccoli.

La situazione più grave è stata riscontrata a Sarna, nel Faentino, dove le “Brigate del lavoro” hanno trovato una trentina di lavoratori pakistani in un casolare fatiscente in mezzo ai terreni di un’azienda agricola. La segnalazione è arrivata grazie alla denuncia di un bracciante che ha perso un dito durante una potatura. «Dai panni stesi e da alcuni arredi sembra che gli uomini vivano lì», riferisce Guaraldi. «Molti altri invece ci hanno riferito di arrivare ogni mattina da Portomaggiore (Ferrara), dunque sospettiamo una situazione di caporalato. Il meccanismo è noto: il titolare dell’azienda agricola ingaggia una sola persona, la quale poi si occupa di portare altri suoi connazionali».

Non si tratta di un caso isolato in Romagna. Nei giorni scorsi i carabinieri di Forlì hanno arrestato un 28enne pakistano con l’accusa di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Secondo le indagini del gip, l’uomo avrebbe reclutato lavoratori stranieri per conto di alcune aziende agricole nelle province di Ravenna e Forlì-Cesena, raccogliendoli in determinati punti di ritrovo e trasportandoli a bordo di furgoni stracolmi. I braccianti sarebbero stati pagati 5 euro all’ora (la metà del minimo contrattuale nazionale) e non avrebbero goduto del giorno di riposo.

Nei casi peggiori le paghe sono in nero e l’interruzione dalle 12.30 alle 16.30, imposta dall’ordinanza regionale per tutelare i lavoratori esposti al caldo estremo, non sempre viene rispettata. In particolare nei giorni scorsi la raccolta di albicocche e pesche è stata accelerata per raccogliere più frutta possibile prima che potesse essere rovinata dal forte temporale atteso tra mercoledì e giovedì. Ma anche quando è consentito lavorare, i braccianti sono esposti a condizioni estreme: in piena ondata di calore il sole mette a dura prova già alle 10 del mattino. Per questo Cgil dona beni di prima necessità come cappelli di paglia, acqua fresca e borse termiche.

«Non sempre è facile parlare con i braccianti stranieri», racconta Guaraldi. «A volte non si fidano, altre volte non capiscono l’italiano e non abbiamo mediatori che parlino la loro lingua. Ci sono poi persone che temono di perdere l’impiego perché sono state terrorizzate dal loro datore. In alcuni casi, appena ci avviciniamo ci informano che è il loro primo giorno di lavoro: probabilmente ci scambiano per ispettori e ripetono quello che il titolare ha detto loro di dire in caso di controllo».

Durante il tour i sindacalisti hanno dialogato anche con i titolari delle aziende agricole. Alcuni si sono dimostrati ostili o nervosi, altri aperti al confronto e desiderosi di sfogarsi sulle difficoltà della loro attività. «I margini sono ridicoli, la burocrazia è eccessiva, gli operai rari da trovare», riassume Andrea Conti, titolare dell’omonima azienda agricola di Prada. «Come se non bastasse, il caldo estremo ha fatto cadere molti frutti dagli alberi prima che potessimo raccoglierli».

Il tour di Cgil ha fatto visita anche a una realtà virtuosa. Si tratta della Cab Terra di Piangipane, una cooperativa di braccianti fondata nel 1883, che oggi possiede 2mila ettari di terreno. In questi giorni sta raccogliendo le albicocche da industria. «Contiamo 67 lavoratori soci, ma ci sono alcuni pensionamenti in vista e stiamo faticando a trovare rimpiazzi», racconta il presidente Fabrizio Galavotti. «Ai giovani interessa sempre meno questo lavoro». Lo scorso anno la Cab Terra ha assunto un lavoratore 62enne di origine senegalese e residente a Bagnacavallo, che aveva perso la casa e l’auto per colpa dell’alluvione. «Quando possiamo, ci teniamo ad aiutare chi si trova in condizioni svantaggiate», sottolinea Galavotti. «Dall’altra parte, purtroppo, subiamo la concorrenza sleale delle aziende agricole che assumono lavoratori in nero. Il mercato garantisce margini sempre più bassi, perciò c’è chi fa il furbo per sopravvivere. Pagando meno le persone si riesce a offrire il prodotto a un prezzo più basso. Ma questo significa sfruttare i lavoratori».

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