Si è tenuta venerdì 19 giugno, all’interno de “Il Cortile” di via Paolo Costa 31, in centro a Ravenna, la presentazione del libro Volti italiani. 15 storie che ci spiegano perché serve una legge sulla cittadinanza (Castelvecchi Editore, 2026). Oltre all’autrice italo-brasiliana Victoria Karam (qui la nostra intervista) – attivista, scrittrice e assistente parlamentare accreditata dall’europarlamentare Annalisa Corrado presso il Parlamento europeo –, erano presenti Ouidad Bakkali, deputata della Repubblica e già assessora del Comune di Ravenna, figura di primo piano nel dibattito sui diritti civili, e Michele de Pascale, dal 2024 alla guida della Regione Emilia-Romagna e già sindaco di Ravenna.
Ouidad Bakkali ha incentrato la sua introduzione su due pilastri fondamentali: ha illustrato la situazione concreta e le complesse barriere amministrative che gravano sulle persone prive di cittadinanza in Italia, e ha ridefinito il diritto di cittadinanza come legame primario tra le persone e la Repubblica, richiamando l’articolo 22 della Costituzione che tutela lo status di cittadino vietandone la privazione per motivi politici. Di fatto, il percorso per l’ottenimento della cittadinanza italiana rappresenta oggi una delle sfide burocratiche più complesse d’Europa, evidenziando un profondo divario tra lo spirito inclusivo della Costituzione e la realtà amministrativa. Nonostante gli Articoli 2 e 3 della Carta promuovano l’uguaglianza sostanziale e la dignità umana, l’accesso allo status di cittadina/o è regolato da criteri stringenti: dieci anni di permanenza legale ininterrotta, stabilità economica triennale e certificazione linguistica.
Un irrigidimento delle maglie della cittadinanza che si scontra, ha spiegato la deputata, con un paradosso demografico ed economico non più sostenibile. Mentre il Paese continua a perdere potenziale umano – con decine di migliaia di giovani italiani che emigrano all’estero alla ricerca di migliori condizioni lavorative –, la piramide demografica nazionale si sta repentinamente invertendo. In un sistema previdenziale a ripartizione come quello italiano, dove i contributi di lavoratrici e lavoratori attivi pagano direttamente le pensioni correnti, la contrazione della forza lavoro interna rischia di far collassare lo Stato sociale. In questo scenario, l’inclusione e la rapida stabilizzazione giuridica delle/dei nuove/i cittadine/i non rappresentano solo un dovere etico e giuridico di accoglienza, ma un’imperativa necessità di sopravvivenza economica. Riformare i meccanismi di accesso alla cittadinanza significa, di fatto, investire sulla sostenibilità e sul futuro del Paese.
A seguire, l’incontro è entrato nel vivo con l’intervento dell’autrice Victoria Karam. Oltre a condividere la propria esperienza personale, legata a un ottenimento tardivo della cittadinanza, l’autrice ha illustrato la genesi e la struttura del volume. Il libro, come ha spiegato Karam, non nasce come un’astratta indagine sociologica, ma si sviluppa a partire da un mosaico di esistenze reali: quindici persone di età, professioni e background migratori differenti, tutte accomunate dal medesimo legame con il territorio italiano. Attraverso interviste dirette capaci di dare un volto e una voce ai dati statistici, l’opera racconta fatiche quotidiane, aspirazioni a volte realizzate e altre volte stroncate dalla burocrazia, insieme al forte senso di appartenenza di giovani donne e uomini che si sentono italiane/i a tutti gli effetti, ma che la legge continua a considerare straniere/i.
Michele de Pascale, Presidente della Regione Emilia-Romagna, ha portato una prospettiva storica e intima, ricordando la vicenda migratoria della propria famiglia, spostatasi in passato dal Sud al Nord Italia. Un parallelismo che ha unito le migrazioni interne di ieri a quelle internazionali di oggi, ribadendo l’urgenza universale di una riforma inclusiva.
È stato un intenso momento di pubblico confronto seguire e ascoltare la forza con cui Ouidad Bakkali e Victoria Karam, con i loro contributi, hanno sostenuto con passione che, di fronte alle spinte all’esclusione, ci si debba assumere pienamente la radicalità delle odierne sfide e la necessità di un impegno politico strutturato. Entrambe hanno richiamato a una responsabilità diffusa, capace di spostare il baricentro del dibattito dai tecnicismi normativi alla partecipazione attiva nelle istituzioni e nella società. Un impegno inteso come azione e scelta cosciente nello spazio pubblico, con cui generare gli anticorpi necessari per contrastare le derive razziste, scardinando alla radice i meccanismi che alimentano la logica della paura. Continuare a relegare alla condizione di straniere/i le/i giovani nate/i e scolarizzati in Italia significa operare una frattura artificiale e insanabile tra l’effettività della realtà sociale del Paese e la sua architettura giuridica.
Un’esigenza di inclusione che richiama alla mente il monito della filosofa Hannah Arendt (in Le origini del totalitarismo, capitolo 9), con cui ci ricorda che la cittadinanza non è una concessione burocratica, bensì il fondamentale “diritto ad avere diritti”, ovvero l’essere accolti in una comunità in cui si è giudicati per le proprie azioni e parole nello spazio pubblico. Continuare a negare questo riconoscimento a chi è nata/o e cresciuta/o in Italia significa, allora, privare la Repubblica di quella pluralità che ne costituisce la linfa democratica.



