«La rivolta è sempre stata artistica». Così Giulio Cavalli, sul palco domani sera, martedì 1 settembre, alla Festa dell’Unità di Ravenna con la lezione-spettacolo Come siamo arrivati fino a qui?, dedicata alla storia del conflitto arabo-israeliano prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Scrittore, attore, giornalista, vincitore del Premio Selezione Campiello – Giuria dei Letterati nel 2019, da anni si occupa di grandi battaglie politiche e sociali, tra le quali quella per Gaza in primo piano. È stato anche nell’ufficio stampa della Global Sumud Flotilla. Lo abbiamo intervistato.
Perché portare oggi uno spettacolo così? A quale necessità risponde?
«Credo di aver scritto forse trecento editoriali a tema Gaza. Sapevo che a un certo punto, sia politicamente sia tra i giornali, si sarebbero abbassate le luci. E poi mancava una storia pre-7 ottobre. Mi sono reso conto, negli incontri e nelle manifestazioni, che anche molte persone che avevano abbracciato la causa palestinese avevano dubbi sui fatti accaduti tra il 1948 e il 2023. Allora ho pensato a questo. Sto preparando uno spettacolo su Gaza: domani sera avremo un entrée di quello che sarà un testo più lungo».
Qual è lo stato della mobilitazione in Italia, a livello pubblico? Si potrebbe fare di più?
«Le grandi manifestazioni dell’anno scorso hanno mosso gli spiriti dei gazawi, il morale è cresciuto. Io credo però che, in un momento come questo, non si possa pretendere di più dalle persone. Salari, inflazione, caldo: la cittadinanza sta già avendo a che fare quotidianamente con pressioni e stress di ogni genere. Si sta facendo il possibile».
Siamo alla Festa del Pd. Il Pd sta facendo abbastanza? E il governo, invece, che posizione dovrebbe prendere? Cosa deve cambiare?
«La segreteria del Pd è chiara nella sua postura, ma credo che la struttura, la macchina del partito, non sia sufficientemente “porosa” per assorbire le direttive e trasformarle in atti. Il governo invece ha scelto dove stare: con Trump e Netanyahu. Dovremmo dichiarare l’interruzione di ogni contatto con quel Paese, non bastano le sanzioni. La diplomazia qui non si può permettere di avere posizioni intermedie. Gaza e Israele sono lo specchio di due visioni del mondo. Noi, per ora, abbiamo deciso».
L’arte drammatica, il racconto, possono cambiare il mondo?
«Sì, e sempre di più. Solo che gli attori sono sfiniti. Berlusconismo, marketing, politiche anti-artistiche, brevità e scrolling: non abbiamo più spazio. Credo che oggi ci sia un’opportunità per far rinascere lo spettacolo dal vivo. La complessità, l’armonia torneranno di moda».
Ma sono mai state di moda? In passato siamo veramente riusciti a convogliare sentimenti e idee attraverso l’arte per cambiare il mondo?
«Penso a Danilo Dolci, penso ai movimenti culturali di una ventina di anni fa, a cui partecipavo, per denunciare la presenza della mafia anche al Nord. La rivolta è sempre stata artistica. Oggi l’abbiamo persa. È chiaro che, dall’avvento della tv commerciale – ma ho una visione molto lombarda su questo, potrei sbagliare – la complessità, la grammatica stessa non sono più state necessarie. Il teatro semplicemente diventava tv dal vivo e abbiamo cominciato a semplificare tutto, fino ai social, ai bit di oggi. Il punto è che queste spinte, questi movimenti, queste storie non si trasformano in politica, in partito, e non possono diventare classe dirigente: chi ha il potere in Italia è ricattabile o conservatore, se non entrambi. Chi agita, chi non si ferma, chi cambia viene espulso».
Di questa storia, che cosa resterà? Un Israele vincitore o un popolo martoriato in una guerra dei cent’anni che ancora non si arrende?
«La storia parlerà di un imperialismo israelo-americano che ha usato Gaza come laboratorio per scardinare definitivamente il diritto internazionale, ma non solo. A Gaza vogliono la gente e la terra, in Venezuela il petrolio. Potrei continuare a lungo».
Giulio Cavalli



