L’estate in corso è critica per la siccità che sta colpendo la Romagna. I motivi sono le precipitazioni scarse, il caldo estremo che fa evaporare più acqua e la richiesta irrigua maggiore del 40 percento rispetto alla media, secondo Arpae. La portata dei fiumi è ai minimi storici e nei bacini di pianura il bilancio idroclimatico è inferiore di 360 mm rispetto alla media del periodo 1961-2020: significa che la quantità di acqua dolce è molto al di sotto della norma. Questo rappresenta un problema soprattutto per l’agricoltura, che in assenza di piogge ha bisogno di irrigazione artificiale, con conseguenti maggiori costi e colture in sofferenza.
Ma proprio a causa della siccità, a inizio luglio la Regione ha disposto il blocco del prelievo dai fiumi, lasciando oltre cento aziende del faentino senza irrigazione secondo Coldiretti. Per contrastare l’emergenza idrica, Romagna Acque sta vagliando la possibilità di costruire un nuovo canale di derivazione per la diga di Ridracoli, ma gli ambientalisti si oppongono.
Piove poco e il mare entra nei fiumi
Il principale campanello d’allarme sulla siccità in regione è il cuneo salino nel fiume Po. Si tratta dell’ingressione del mare dentro il bacino fluviale, a causa della sua scarsa portata che non riesce a contrastare la spinta opposta dell’Adriatico. A luglio, all’altezza di Pontelagoscuro, la portata è scesa a 313 metri cubi al secondo rispetto alla media di 1.500 e il mare è penetrato per 25 km nel delta, generando fenomeni di microdesertificazione nei campi agricoli intorno. Il record era stato raggiunto nel 2022, durante la grave siccità padana, quando l’Adriatico era entrato fino a 40 km dalla foce. Il cuneo salino nel Po viene monitorato perché si tratta del maggiore fiume italiano, da cui dipende l’irrigazione di un’ampia area agricola, ma il fenomeno riguarda tutti i corsi d’acqua della regione. Nel ravennate le ingressioni sono in corso anche alla foce del Bevano, del Lamone, del Reno e dei Fiumi uniti, da cui dipendono 68 km quadrati di aree agricole e costiere a rischio di salinizzazione. C’è poi la scarsità di piogge. Arpae pubblica un bollettino mensile sul bilancio idroclimatico, che indica la differenza tra le precipitazioni e l’evapotraspirazione potenziale. In quello di giugno, l’ultimo disponibile, è evidenziato che «le piogge hanno raggiunto un valore totale medio regionale di 27,9 mm, nettamente inferiore al valore mediano 1991-2020, pari a 79,8 mm, e alla media, dalla quale si discostano del meno 57 percento. Le anomalie sono fortemente negative su quasi tutto il territorio, con deficit oltre il meno 75 percento». Le scarse precipitazioni di giugno, prosegue Arpae, hanno contribuito a portare «valori tipici di siccità estrema» in ampie aree della regione negli ultimi tre mesi. La lunga ondata di calore avvenuta a luglio fa ipotizzare che i dati di questo mese saranno ancora più gravi. Il Canale emiliano-romagnolo, che preleva l’acqua del Po e la distribuisce lungo 135 km di rete artificiale in 3 milioni di ettari agricoli, è sotto la soglia critica.
Frutta “bruciata” sui rami e vendemmia in anticipo
L’ingressione marina aumenta la salinità dell’acqua destinata all’irrigazione; di conseguenza danneggia le colture, compromette il suolo e riduce la produttività dei terreni agricoli.
Questo non riguarda solo i campi vicini ai fiumi, in quanto l’acqua salata arriva a mescolarsi nei canali di derivazione e nelle falde superficiali di acqua dolce. A ciò si aggiunge il caldo estremo che sta mettendo a repentaglio tutte le colture romagnole tra ortaggi, vigneti, uliveti, cereali, frutta. Quelle in maggiore sofferenza, segnala Coldiretti Ravenna, sono albicocche, kiwi, susine, pesche e uva, “bruciate” in fase di maturazione. «In pianura gli agricoltori ancora resistono grazie alla rete dei canali, ma in collina le colture sono in fortissima sofferenza, da Brisighella a Riolo Terme fino a Casola», ha detto il direttore Assuero Zampini. «Ci ritroviamo senz’acqua in un momento in cui sarebbe indispensabile per salvare i raccolti». Il presidente di Cia Romagna, Lorenzo Falcioni, aggiunge che «le foglie gialle degli ulivi sono il segnale evidente della sete delle piante, mentre la vite è diventata una cartina di tornasole degli effetti della crisi climatica. La vendemmia, che un tempo si svolgeva a ottobre, oggi inizia già ad agosto. Anche le trebbiature sono anticipate di almeno venti giorni». Secondo Falcioni per risolvere il problema «servono infrastrutture idriche moderne, bacini di accumulo, reti efficienti, irrigazione di precisione». Tra le tecnologie disponibili ma non ancora presenti in regione ci sono i desalinizzatori e i depuratori per le acque reflue.
Il nuovo canale proibito per alimentare Ridracoli
Romagna Acque, il gestore unico delle fonti idropotabili della Romagna, ha molti progetti di nuove infrastrutture idriche nel cassetto. Uno di questi ha generato un acceso dibattito: si tratta del nuovo canale di derivazione per prelevare l’acqua dal fiume Rabbi e immetterla nella diga di Ridracoli, che fornisce i rubinetti di un’ampia area della Romagna. Il progetto consisterebbe nell’allungare di 1,2 km la galleria di presa di Fiumicello, frazione di Premilcuore (Forlì-Cesena). Tuttavia l’infrastruttura sarebbe costruita nell’area protetta del Parco delle foreste casentinesi; per questo ha scatenato le proteste degli ambientalisti. «Per costruire il canale sarebbe necessario modificare il Piano del parco, risalente al 2010, che proibisce la costruzione di nuove opere di derivazione», spiega il presidente di Legambiente Alto Bidente, Enzo Valbonesi. «Ma la modifica sarebbe in contrasto con la legge-quadro nazionale 394/91 sui parchi, che impedisce di deviare corsi d’acqua situati all’interno di aree protette».
Nella relazione sugli investimenti previsti per il 2026-2029, Romagna Acque afferma di avere svolto delle interlocuzioni col ministero dell’Ambiente per «verificare la possibilità di superare tali vincoli» e permettere così la costruzione del nuovo canale. Tuttavia, secondo Valbonesi «una deroga sarebbe inopportuna e richiederebbe tempi lunghi, perché occorre la concertazione con tutti i Comuni coinvolti e con le Regioni Emilia-Romagna e Toscana» su cui ricade il parco. Nei giorni scorsi il dibattito è arrivato in parlamento grazie a un’interrogazione presentata dalla capogruppo dei Verdi alla Camera, Luana Zanella. La viceministra dell’ambiente Vannia Gava ha risposto precisando che il nuovo regolamento deve «necessariamente essere coerente» con le norme in vigore ma anche che il Piano del parco è «meritevole di revisione alla luce dell’evoluzione del quadro ambientale, territoriale e climatico». L’auspicio di Valbonesi è che «si dia priorità alla salvaguardia della natura, alla luce dei cambiamenti climatici in corso, anziché approvare ulteriori prelievi idrici da un corso d’acqua che non potrebbe sopportarlo». Il nodo è complesso: «L’emergenza idrica è innegabile, ma non è possibile risolverla con soluzioni infrastrutturali a breve termine e molto controverse dal punto di vista ambientale». Alcune alternative le ha proposte Sauro Turroni, consigliere federale di Europa Verde: «Serve attuare piani di gestione idrica e politiche di contenimento dei consumi, riparare le perdite della rete e realizzare sistemi di accumulo negli edifici».
Alcuni politici sono arrivati a proporre la realizzazione di una nuova diga. Per il sindaco di Forlì Gian Luca Zattini «la realizzazione di un nuovo invaso romagnolo è una priorità» e la deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri, eletta nel collegio di Ravenna, ha presentato un emendamento per autorizzare gli interventi necessari. Per ora sembrano soprattutto boutade politiche, ma è segno che la crisi idrica è molto attenzionata. Il neo presidente di Romagna Acque Fabrizio Landi si è detto contrario al nuovo invaso e la viceministra Gava ha denito il progetto «privo di fondamento».
Le nuove infrastrutture idriche
Più concreti sono gli interventi già programmati per costruire nuove infrastrutture idriche. Il più rilevante è di Romagna Acque, che investirà 126 milioni per realizzare la terza direttrice dell’acquedotto della Romagna, un canale di 53 km che entro il 2035 porterà l’acqua alla frazione riminese di Torre Pedrera passando per il bacino della Standiana a Fosso Ghiaia, Forlimpopoli e Casone. Un altro importante investimento riguarda l’Agenzia territoriale dell’Emilia-Romagna per i servizi idrici e i rifiuti, che ha messo in campo quasi 191 milioni (di cui 168 gestiti da Hera) di qui al 2029 per interventi nella rete idrica, nuovi impianti di depurazione, fognature e acque chiare nel territorio ravennate. Analoghi interventi riguarderanno le province di Rimini (215 milioni) e Forlì-Cesena (162 milioni). Ma il problema resta. La crisi climatica provoca lunghi periodi siccitosi alternati ad abbondanti piogge che vanno disperse, perché l’Emilia-Romagna è tra le regioni con la maggiore quota di suolo impermeabilizzato a causa del cemento. Tra le soluzioni più diffuse nel resto d’Europa, oltre alla costruzione di nuovi bacini per raccogliere l’acqua piovana, c’è il ripristino delle aree umide che permettono di ridurre la dipendenza dalle falde. Un tempo in Romagna abbondavano; con le bonifiche sono state prosciugate e ora restano poche riserve come Punte Alberete e la Piallassa Baiona. La legge europea Nature Restoration Law impone di ricostituirle entro il 2050. In Romagna aiuterebbero a contrastare non solo la crisi climatica, ma anche la carenza idrica.



