In provincia 20 fallimenti nel primo semestre 2018: come nel 2017, la metà del 2016

In totale le procedure aperte sono 353. Dal 2010 il giudice delegato a Ravenna è Alessandro Farolfi: «Le modifiche alle norme sul concordato in bianco hanno inciso molto sullo scenario»

X PAVANELIn provincia di Ravenna attualmente risultano aperte 353 procedure di fallimento: sono casi per cui la sentenza del tribunale è arrivata non più di sette anni fa e ora si trovano in un punto del percorso compreso tra la sentenza e la ripartizione finale delle liquidità recuperate. Risultano poi pendenti 54 istanze di fallimento: la decisione del tribunale potrebbe ingrossare la pila dei fascicoli aperti. Nei primi sei mesi di quest’anno le sentenze sono state 20, stesso numero del primo semestre 2017 (furono 51 a fine anno) mentre nell’intervallo gennaio-giugno del 2016 arrivarono 41 sentenze (69 nell’intero 2016).

Per completare il quadro delle procedure concorsuali vanno ricordati una settantina di concordati in fase di esecuzione dopo l’omologazione e altri 14 che attendono la decisione sulla richiesta di ammissione: anche questi potrebbero in linea teorica trasformarsi in crac. Infine risultano pendenti 30 procedure che riguardano la normativa per la crisi da sovraindebitamento riservata ai cosiddetti debitori non fallibili (privati e piccole imprese) dopo che su altre 40 si è già espresso il tribunale.

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I dati vengono dall’ufficio di Alessandro Farolfi, l’unico giudice delegato del tribunale: «Per le dimensioni e la mole delle richieste, a Ravenna un giudice è sufficiente. È così da tempo». Farolfi riveste la carica dal 2010: insieme al presidente del tribunale e al giudice anziano compone il collegio giudicante sulle istanze di fallimento e ad ogni sentenza viene poi nominato giudice delegato. I compiti sono presto detti. È lo stesso Farolfi a spiegarli: «Si tratta di una figura che sovrintende le procedure concorsuali, non solo fallimenti ma anche concordati e accordi di ristrutturazione. Ha un ruolo di vigilanza sulla procedura e rappresenta il riferimento del curatore nominato collegialmente».

Per quest’ultimo di solito la scelta avviene seguendo una rotazione, «ma anche tenendo conto di come è andata con gli incarichi già affidati, di come sono state chiuse le procedure». Chi vuole entrare nel giro deve sostanzialmente dimostrare un curriculum con comprovata conoscenza della specifica materia magari avendo collaborato con studi o curatele.

Al giudice delegato spetta la valutazione sulla legittimità delle mosse proposte dal curatore, con particolare attenzione alla trasparenza: «Quando si vende un bene la legge prevede solo la pubblicazione obbligatoria su un portale web nato un mese fa e gestito dal ministero a livello nazionale. A Ravenna adottiamo anche pubblicità integrative su altri siti internet specializzati e pubblicazioni cartacee perché pensiamo si raggiungano più destinatari. Per i creditori è un piccolo costo aggiuntivo ma può essere utile per raggiungere più persone possibile».

In otto anni alla scrivania Farolfi ha visto gli effetti della crisi sull’imprenditoria: «Il picco di fallimenti è arrivato più tardi rispetto ad altre zone d’Italia perché qui la crisi si è sentita dopo. E la crisi incideva anche perché era difficile trovare acquirenti interessati a rilevare beni all’asta. Nel 2018 stiamo vedendo più fermento». Tre le fasi che distingue Farolfi nel periodo vissuto da giudice delegato: «I momenti di cambiamento sono stati due. La fine del 2012 con l’introduzione del concordato in bianco che ha avuto una esplosione di queste procederue e l’agosto 2015 quando il legislatore è tornato in parte sui suoi passi restringendo le condizioni di ammissibilità del concordato ristabilendo il voto dei creditori al posto del silenzio assenso».

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