sabato
23 Maggio 2026
l'intervento

La complicità invisibile: “DePortibus” e la logistica di una guerra tollerata

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Riceviamo e pubblichiamo questo intervento dell’attivista Marina Mannucci.

Nelle stesse ore in cui la città ha celebrato la sua nomina a prima Capitale italiana del Mare ospitando DePortibus (21-23 maggio 2026), festival vetrina dedicato alla blue economy, alla digitalizzazione e alla transizione energetica dei porti – a pochi metri di distanza, in Darsena, ha preso vita una narrazione diametralmente opposta. È quella di DisArmibus, il contro-festival promosso dal Coordinamento popolare contro i traffici di armi, insieme a reti studentesche e sociali come Global Sumud e Giovani Palestinesi d’Italia e il movimento BDS (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni).

Al centro della contestazione non ci sono solo i grandi panel istituzionali alla presenza del Ministero delle Infrastrutture, ma un cortocircuito etico che tocca da vicino la governance del porto bizantino: il rischio che le recenti concessioni formali sulla pace si riducano a una raffinata operazione di peace-washing.

Al centro del dibattito politico locale c’è anche la recente modifica del Codice Etico deliberata dal Consiglio di Amministrazione di Sapir, lo storico terminalista del porto di Ravenna, su forte spinta dei soci pubblici (Comune, Provincia e Regione). L’inserimento di clausole formali per la “promozione della pace e la tutela dei diritti umani” è stato celebrato dalla politica cittadina come una vittoria storica.

Tuttavia comitati e lavoratori della logistica invitano a non accontentarsi dell’annuncio. Non è infatti chiaro se grazie a questo codice etico Sapir riuscirà a fermare ogni traffico di armi, anche non esplosivo, il dual use (beni a duplice uso che possono essere utilizzati sia in ambito civile che militare) e merci verso colonie illegali di Israele nella Cisgiordania occupata.

Sapir opera sulla base delle bolle fornite dalle aziende: se la documentazione formale dichiara una classificazione “civile”, il terminalista non ha l’autorità legale per verificare cosa ci sia realmente all’interno. Ma può sempre segnalare alle Dogane e alla Guardia di Finanza la destinazione sospetta e chiedere una ispezione sulla base del regolamento europeo del dual use (UE 821/2021).

L’errore speculativo della retorica istituzionale è pensare che il traffico di armamenti sia solo di munizioni, classificati come merci pericolose (come i carichi bloccati nel settembre 2025). Le inchieste indipendenti condotte dai movimenti, tra cui gli ottimi report della giornalista e attivista Linda Maggiori, svelano un meccanismo molto più fluido e difficile da tracciare: il transito su gomma di componentistica a duplice uso (dual use) o componenti di armi non necessariamente esplosivi e quindi non facilmente visibili dall’esterno.

Dai porti d’Italia, compreso l’hub intermodale di Ravenna, continuano a transitare navi dirette verso i porti di Haifa o Ashdod. Può capitare che sotto la dicitura generica di “prodotti siderurgici” o “forgiati in acciaio per uso civile”, viaggiano in realtà componenti critiche destinate all’industria militare israeliana (come la IMI Systems / Elbit Systems), destinate alla produzione di pezzi d’artiglieria e carri armati. Sfruttando le autostrade e le rotte commerciali ordinarie, la filiera bellica si camuffa dentro la normale catena logistica civile.

Ci sono anche continui transiti di armi provenienti da paesi europei o extraeuropei, che non richiedono alcuna autorizzazione Uama (Ministero degli Esteri) perché l’interpretazione che il governo dà della legge 185/90 è tale da non prevedere alcuna verifica sulla destinazione finale.

Questo flusso continuo si scontra frontalmente con l’architettura giuridica e valoriale del nostro Paese. Permettere il transito e il commercio, anche indiretto, di materiali che alimentano i bombardamenti sui civili rappresenta una violazione diretta dell’Articolo 11 della Costituzione Italiana, secondo cui «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Questo principio supremo trova la sua traduzione operativa nella Legge 185/90, la norma dello Stato che vieta tassativamente l’esportazione, il transito e l’interscambio di materiale bellico verso Paesi in stato di conflitto armato o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.

Una legge svuotata dal suo significato originario e interpretata a favore del transito impunito di armi. Sdoganare o ignorare il passaggio di semilavorati militari per Israele significa svuotare di significato tanto la legge ordinaria quanto il dettato costituzionale, subordinando i diritti umani ai profitti della logistica.

Mentre DePortibus ha raccontato una portualità fatta di algoritmi, sostenibilità e competitività, DisArmibus ha sollevato il velo sulla complicità strutturale dei nodi logistici. Le banchine e i piazzali non sono spazi neutri: se un porto permette il transito, anche indiretto, di elementi che alimentano i bombardamenti sulla Striscia di Gaza o nei teatri di guerra mediorientali, o di beni che alimentano la crescita delle colonie illegali, quel porto smette di essere un’infrastruttura di scambio e diventa un ingranaggio attivo della macchina bellica.

La mobilitazione di questi giorni in Darsena ha lanciato un messaggio chiaro: la pace non si certifica con un paragrafo in un faldone aziendale. Per questa ragione, il contro-festival ha annunciato la nascita di un Osservatorio Popolare Permanente, un organo di monitoraggio civico dal basso per costringere le istituzioni alla totale trasparenza sui manifesti di carico doganali.

In questi giorni peraltro si attende la decisione del Tar di Bologna sul ricorso fatto da Linda Maggiori e dall’avvocato Andrea Maestri per ottenere i dati aggregati sul traffico di armi nel porto, richiesta rifiutata per motivi di “interesse nazionale e rischio di rovinare le relazioni tra gli stati”.

Accanto al monitoraggio, si fa largo la richiesta di una reale tutela sindacale per lavoratrici/lavoratori portuali: l’introduzione di una “clausola di coscienza” che permetta di incrociare le braccia e rifiutare la movimentazione di carichi sospetti, sul modello storico dei portuali di Genova e Livorno. Fino a quando i Tir continueranno a viaggiare indisturbati, la qualifica di Ravenna come “Capitale del Mare” rischia di rimanere un vestito elegante per coprire un’economia di guerra che non si vuole fermare.

Non è più il tempo delle prassi amministrative o delle prudenze felpate. Di fronte al dramma della Palestina, e ancor più dopo i tragici fatti della “Flottilla” – l’ennesimo tentativo, pagato a caro prezzo, di squarciare l’assedio fisico e morale di un popolo –, l’attivismo non è una scelta opzionale di militanza, ma l’estremo argine contro la cecità etica dell’Occidente. Tenere accesi i riflettori su questo scandalo della storia significa strappare il discorso pubblico alla sua spaventosa accidia. Significa comprendere che il silenzio, dinanzi a una catena logistica che alimenta l’annientamento, non è neutralità: è attiva complicità. Questo contro-festival e le mobilitazioni in Darsena non sono stati semplici atti di protesta, ma un sussulto di dignità e di vigilanza critica. È un appello radicale che ci interroga tutte/i, nessuno escluso, sulla nostra stessa consistenza morale: tollerare l’indifferenza significa accettare che la nostra civiltà giuridica e costituzionale si riduca a una tragica messinscena.

Marina Mannucci

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